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Domande frequenti

Dalla lista seguente puoi consultare una raccolta di risposte a domande frequenti ed ottenere informazioni di primo orientamento.

Nei contenuti di questa sezione ci riferiamo solo a fattispecie generali. Se desideri un parere relativo ad un tuo preciso problema, puoi usufruire del nostro servizio la risposta a portata di mano.

Buona lettura!

Al momento della consegna del veicolo destinato alla demolizione, il concessionario o il gestore della succursale della casa costruttrice rilascia al detentore, in nome e per conto del centro di raccolta che riceve il veicolo, apposito certificato di rottamazione completato della descrizione dello stato del veicolo consegnato nonchè dell’impegno a provvedere alla cancellazione dal P.R.A.

Tale certificato di rottamazione è un documento previsto dalla normativa ed il rilascio all’intestatario del veicolo nel momento della consegna segna il passaggio del veicolo dallo status di bene a quello di rifiuto e libera il proprietario del veicolo da ogni responsabilità penale, civile ed amministrativa in relazione alla corretta gestione del veicolo.

Accettata la consegna, il concessionario prende in carico un rifiuto speciale con l’obbligo di rilasciare il certificato di rottamazione in nome e per conto del centro di raccolta che riceve il veicolo.

Le norme che disciplinano la gestione dei veicoli fuori uso:

1) Il Dlgs 209/2003 (mantenuto in vigore dal Dlgs 152/2006), si applica ai veicoli a motore (giunti a fine vita) appartenenti a determinate categorie (M1 ed N1 ed ai veicoli a motore a tre ruote con esclusione dei tricicli a motore).

2) Il Dlgs 152/2006 (cd. “Codice dell’ambiente”), disciplina in via residuale la gestione di tutti i rifiuti da veicoli non rientranti nel campo di applicazione del citato Dlgs 209/2003.

Le imprese con meno di dieci dipendenti sono obbligate all’iscrizione a Sistri solo se producono rifiuti pericolosi.

Se invece l’impresa produce rifiuti non pericolosi che rientrano nelle categorie di cui alle lettere c), d) e g) dell’art. 184 del D.Lvo 152/2006 (ovvero: rifiuti da lavorazioni industriali e artigianali, o derivanti da attività di recupero e smaltimento di rifiuti, fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti delle acque, dalla depurazione delle acque reflue e da abbattimento di fumi), non è tenuta ad iscriversi al Sistri a norma dell’ art. 6 comma 1 del Decreto Ministeriale 17/12/2009.

Tuttavia, si ricorda anche che le imprese non tenute all’iscrizione al SISTRI possono aderirvi su base volontaria (iscrizione facoltativa).

Cosa sono le piattaforme convenzionate Conai?
Le imprese che devono smaltire gli imballaggi a fine vita sono tenute a pagare il costo di smaltimento?

Il sistema CONAI si fa garante dell’avvio a recupero e riciclo dei rifiuti di imballaggio proveniente dalla raccolta differenziata urbana, tramite i consorzi di filiera, che in collaborazione con Conai, hanno creato una rete di piattaforme presso le quali le imprese possono conferire gratuitamente i propri rifiuti di imballaggio, senza oneri di smaltimento/recupero. Leggi tutto

Dove tenere il registro di C/S dei rifiuti: un po� di chiarezza

Non è una novità per molti che i soggetti identificati all’art. 183, comma 3 del DLgs 152/06 (come modificato dal DLgs 4/2008), incluse le imprese produttrici, abbiano l’obbligo di tenere un registro dei rifiuti su cui annotare le informazioni sulle caratteristiche quali-quantitative dei rifiuti prodotti.

Ciò su cui qualcuno registra forse ancora qualche incertezza è il luogo dove tenere i registri.

Gli obblighi relativi ai registri, infatti, non si esauriscono nel loro acquisto e nella loro compilazione e nemmeno nella loro vidimazione, ma includono anche la loro tenuta in luoghi ben precisi che il legislatore ha individuato con sufficiente chiarezza.

Se talvolta non risulta immediato nemmeno agli esperti del settore sostenere senza alcun ragionevole dubbio una tesi sulla corretta interpretazione della normativa ambientale e la sua applicazione, è pur vero che l’aspetto del luogo di conservazione del registro di C/S non pare avere molto di equivocabile. Leggi tutto

L’incertezza documentale non ha motivo di esistere

Gli oli usati, in quanto rifiuti, sono soggetti alla tenuta di un registro, da compilarsi ogni volta che l’olio usato viene prodotto (carico) o viene conferito a terzi autorizzati al trasporto e trattamento (scarico). Nel corso degli anni, a causa dellla difficile convivenza di una serie di normative poco omogenee e, per certi aspetti, controverse e ridondanti, si è creata confusione su quale sia attualmente il registro da tenere, se quello degli oli usati o quello di carico e scarico dei rifiuti. Continua a leggere

Il contributo ambientale conai si applica al momento della “prima cessione”, ovvero al trasferimento dell’imballaggio dall’ultimo produttore al primo utilizzatore.

Tale cessione va individuata anche nel caso in cui un imballaggio, terminato il proprio ciclo di utilizzo, rientra al consumo attraverso una cessione su territorio nazionale, a seguito di trattamento o riparazione.

Se invece l’imballaggio non viene trattato/recuperato ma solo riutilizzato, in questo caso il contributo conai, applicato al momento della prima cessione, non dovrà essere riapplicato.

In pratica, si tratta di stabilire se gli imballaggi sono dei rifiuti da destinare a recupero e poi rivendere come materia prima secondaria, oppure se sono ancora imballaggi a tutti gli effetti e possono essere riutilizzati tal quali, per lo stesso uso per il quale sono stati concepiti (ad esempio gli imballaggi vuoti che vengono restituiti al fornitore). In quest’ultimo caso, infatti, non essendo terminato il ciclo di utilizzo dell’imballaggio, non si configura una reimmissione su territorio nazionale e quindi la cessione non è sottoposta all’obbligo di pagamento del contributo conai. Viceversa, la cessione di un imballaggio che viene reimmesso in commercio dopo trattamento/recupero, deve essere sottoposto al pagamento del contributo.

Per individuare coloro i quali sono obbligati alla tenuta del registro di carico e scarico occorre fare riferimento all art. 190 del D.Lgs. 152/2006, in base al quale:

I soggetti di cui all’articolo 189, comma 3 hanno l’obbligo di tenere un registro di carico e scarico su cui devono annotare le informazioni sulle caratteristiche qualitative e quantitative dei rifiuti, da utilizzare ai fini della comunicazione annuale al Catasto. I soggetti che producono rifiuti non pericolosi di cui all’articolo 184, comma 3, lettere c), d) e g), hanno l’obbligo di tenere un registro di carico e scarico su cui devono annotare le informazioni sulle caratteristiche qualitative e quantitative dei rifiuti.

Quindi, l’obbligo del registro ricade:

1)    Sui soggetti di cui all’art. 189, comma 3, ovvero:

“chiunque effettua attività di raccolta e trasporto di rifiuti a titolo professionale, i commercianti e gli intermediari di rifiuti senza detenzione, le imprese e gli enti che effettuano operazioni di recupero e di smaltimento di rifiuti; le imprese e gli enti produttori iniziali di rifiuti pericolosi;

E sui soggetti di cui all’art. 184, comma 3, lettere c), d) e g), ovvero:

2)    le imprese e gli enti produttori iniziali di rifiuti non pericolosi generati da lavorazioni industriali e da lavorazioni artigianali; le attività di recupero e smaltimento di rifiuti, fanghi prodotti dalla potabilizzazione e da altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e da abbattimento di fumi.

Si noti come, in relazione all’obbligo del registro per le imprese che producono rifiuti non pericolosi, la normativa fa esplicito riferimento solo ai soggetti di cui all’art. 184, comma 3, lettere c), d) e g), lasciando esclusi gli altri.

Ciò comporta che sono esonerati dall’obbligo del registro gli enti e le imprese produttori iniziali di rifiuti non pericolosi elencati alle altre lettere dell’art. 184, comma 3, ovvero:

a) i rifiuti da attività agricole e agro-industriali;

b) i rifiuti derivanti dalle attività di demolizione, costruzione, nonchè i rifiuti che derivano dalle attività di scavo, fermo restando quanto disposto dall’art. 186;

e) i rifiuti da attività commerciali;

f) i rifiuti da attività di servizio;

h) i rifiuti derivanti da attività sanitarie;

Ne deriva che per le imprese edili, quali produttrici iniziali di rifiuti non pericolosi derivanti dall’attività di demolizione e costruzione, non esiste alcun obbligo alla tenuta del registro di carico e scarico. Tale obbligo è invece vigente se dalle attività di costruzione e demolizione si originano rifiuti pericolosi.

Data, dunque, la differenza di obbligo documentale tra rifiuto pericoloso e non pericoloso (e le sanzioni per omessa tenuta dei registri), è necessario che il produttore verifichi se i propri rifiuti contengano o meno sostanze pericolose (es. amianto, idrocarburi, etc). La verifica della pericolosità andrà rigorosamente effettuata mediante analisi chimica, soprattuto in presenza di codice CER con voce a specchio.

Si. La risposta è indicata chiaramente nella Circolare del Ministero dell’ambiente e Ministero dell’industria del commercio e dell’artigianato del 4 agosto 1998, n. GAB/DEC/812/98, esplicativa sulla compilazione dei registri di carico scarico dei rifiuti e dei formulari di accompagnamento dei rifiuti trasportati individuati, rispettivamente, dal Decreto ministeriale 1° aprile 1998, n. 145, e dal Decreto ministeriale 1° aprile 1998, n. 148 (pubblicata sulla G.U. n. 212 del 11 settembre 1998).

La fattura d’acquisto dei formulari deve essere annotata sul registro IVA acquisti prima dell’utilizzo dei formulari medesimi. Da tale fattura devono risultare gli estremi identificativi della tipografia autorizzata e gli estremi sociali e numerici dei formulari stessi.

Inoltre, i soggetti che per esigenze operative utilizzano contestualmente più bollettari dovranno prestare particolare attenzione al rispetto di tale disposizione, curando che la registrazione delle operazioni di trasporto sul registro di carico e scarico rispetti l’ordine cronologico di emissione dei formulari.

Con la definizione di deposito temporaneo, la normativa ambientale fa espressamente riferimento ad una particolare forma di stoccaggio che è antecedente alla fase della gestione dei rifiuti, intesa invece come raccolta, trasporto, smaltimento o recupero.

Tale particolare forma di stoccaggio non è sottoposta a regime di autorizzazione se si rispettano precise condizioni. Se al contrario viene invece effettuata in violazione delle condizioni stabilite dalla legge , allora il deposito non può più definirsi temporaneo ma si configura come un’attività di gestione dei rifiuti che, come tale, deve essere autorizzata.

Questo significa che il mancato rispetto dei vincoli stabiliti all’art. 183, comma 1, lett m) del D.Lgs. 152/06 e l’assenza di autorizzazione, configura un’attività di stoccaggio abusivo che integra gli estremi del reato penalmente sanzionato come “Attività di gestione di rifiuti non autorizzata” ai sensi dell’art. 256, comma 1:

” Chiunque effettua una attività di raccolta, trasporto, recupero, smaltimento, commercio ed intermediazione di rifiuti in mancanza della prescritta autorizzazione, iscrizione o comunicazione è punito:

a) con la pena dell’arresto da tre mesi a un anno o con l’ammenda da 2.600 euro a 26.000 euro se si tratta di rifiuti non pericolosi;

b) con la pena dell’arresto da sei mesi a due anni e con l’ammenda da 2.600 euro a 26.000 euro se si tratta di rifiuti pericolosi. ”

Sul punto è più volte intervenuta anche la Cassazione con orientamenti univoci.

Si ricorda ad esempio la sentenza di Cass. Pen., sez.III, 19.04.07, n. 15994 che ribadiva: “il deposito temporaneo di rifiuti è legittimo soltanto ove sussistano alcune precise condizioni, in assenza delle quali il deposito di rifiuti nel luogo in cui sono stati prodotti è equiparabile giuridicamente all’attività di gestione di rifiuti non autorizzata, considerata come reato”.

La procedura per la corretta individuazione dei codici CER da attribuire ai rifiuti è individuata nell’Allegato D alla parte IV del D.Lgs. 152/2006.

Per identificare un rifiuto nell’elenco occorre procedere come segue:

1)    Identificare la fonte che genera il rifiuto consultando i titoli dei capitoli da 01 a 12 o da 17 a 20 per risalire al codice a sei cifre riferito al rifiuto in questione, ad eccezione dei codici dei suddetti capitoli che terminano con le cifre 99. E’ possibile che un determinato impianto o stabilimento debba classificare le proprie attività riferendosi a capitoli diversi. Per esempio un fabbricante di automobili può reperire i rifiuti che produce sia nel capitolo 12 (rifiuti dalla lavorazione e dal trattamento superficiale di metalli), che nel capitolo 11 (rifiuti inorganici contenenti metalli provenienti da trattamento e ricopertura di metalli) o ancora nel capitolo 08 (rifiuti da uso di rivestimenti), in funzione delle varie fasi della produzione. Nota: I rifiuti di imballaggio oggetto di raccolta differenziata (comprese combinazioni di diversi materiali di imballaggio) vanno classificati alla voce 15 01 e non alla voce 20 01.
2)    Se nessuno dei codici dei capitoli da 01 a 12 o da 17 a 20 si presta per la classificazione di un determinato rifiuto, occorre esaminare i capitoli 13, 14 e 15 per identificare il codice corretto.
3)    Se nessuno di questi codici risulta adeguato, occorre definire il rifiuto utilizzando i codici di cui al capitolo 16.
4)    Se un determinato rifiuto non è classificabile neppure mediante i codici del capitolo 16, occorre utilizzare il codice 99 (rifiuti non altrimenti specificati) preceduto dalle cifre del capitolo che corrisponde all’attività identificata.

Se vuoi, puoi approfondire l’argomento leggendo il nostro articolo Codice CER: chi deve assegnarlo, come, con quali rischi e criticità.

Il correttivo del testo unico ambientale D.Lgs. 4/2008 ha introdotto un nuovo concetto di materia prima secondaria MPS attraverso il nuovo articolo 181-bis secondo il quale le materie prime secondarie sono escluse dalla normativa dei rifiuti nel caso in cui:

1)    siano prodotti da un’operazione di riutilizzo, di riciclo o di recupero di rifiuti (cioè sottoposte a trattamento);
2)    siano individuate la provenienza, la tipologia e le caratteristiche dei rifiuti dai quali si possono produrre;
3)    siano individuate le operazione di riutilizzo, di riciclo o di recupero che le producono, con particolare riferimento alle modalità ed alle condizioni di esercizio delle stesse;
4)    siano precisati i criteri di qualità ambientale, i requisiti merceologici e le altre condizioni necessarie per l’immissione in commercio, quali norme e standard tecnici richiesti per l’utilizzo, tenendo conto del possibile rischio di danni all’ambiente e alla salute derivanti dall’utilizzo o dal trasporto del materiale, della sostanza o del prodotto secondario;
5)    abbiano un effettivo valore economico di scambio sul mercato.

Si noti che il testo opportunamente chiarisce che per MPS si intenderanno solo quelle che saranno definite da apposito decreto. Sino all’emanazione di tale decreto continueranno ad applicarsi le disposizioni di cui ai decreti ministeriali 5 febbraio 1998 (individuazione dei rifiuti non pericolosi sottoposti alle procedure semplificate di recupero), 12 giugno 2002, n. 161 (individuazione dei rifiuti pericolosi sottoposti alle procedure semplificate di recupero), 17 novembre 2005 (per i rifiuti pericolosi provenienti dalle navi).

Nelle more dell’adozione del decreto di cui all’art. 181-bis del decreto legislativo n. 152 del 2006, comma 2 – si precisa inoltre- continua ad applicarsi la circolare del Ministero dell’ambiente 28 giugno 1999, prot. n° 3402/V/MIN.

I materiali edili da demolizione possono essere riutilizzati per riempimenti di fossati?

inerti_da_costruzioneSi, ma a condizioni precise. I materiali edili da demolizione sono rifiuti a tutti gli effetti ed in quanto tali non possono essere riutilizzati per il riempimento di fossati senza rispettare le leggi vigenti in materia di gestione dei rifiuti. Quindi nel caso in cui il produttore del rifiuto voglia riutilizzare gli inerti per livellamento di terreni o reinterri, il materiale in questione dovrà essere sottoposto al rispetto della normativa che disciplina il recupero dei rifiuti.

In particolare la possibilità di ottenere materie prime seconde da questi rifiuti è prevista dal D.M. 5 febbraio 1998 (e successive modifiche ed integrazioni), che al punto 7.1.3 dell’allegato 1- suballegato 1- per quanto riguarda le attività di recupero prevede: “fasi meccaniche e tecnologicamente interconnesse di macinazione, vagliatura, selezione granulometrica e separazione della frazione metallica e delle frazioni indesiderate per l’ottenimento di frazioni inerti di natura lapidea a granulometria idonea e selezionata.”.

Già nel 2004 la Cassazione, a tal proposito, stabiliva: “Configura la contravvenzione di cui all’articolo 51, comma 1, lett. a) l’aver utilizzato, nel riempimento di un fossato, materiali prevalentemente provenienti da demolizione, perchè trattasi di attività di recupero di rifiuti svolta in violazione del Dm 5/2/1998, in particolare dell’articolo 9, con riguardo all’allegato 1, punto 7, che subordina detta operazione di recupero al preventivo test di cessione dei prefatti materiali da eseguirsi con le modalità di cui all’allegato 3 Dm cit. (Cassazione penale, sez. III, 9 luglio 2004, n. 30127).

La Cassazione Penale n. 14323/2007 ha poi rammentato che i materiali da demolizione possono essere esclusi dal regime di rifiuto solo se gestiti come sottoprodotto.

Questo vuol dire che devono rispettare una serie di condizioni affinchè l’esonero dell’imprenditore dal regime autorizzatorio proprio della gestione dei rifiuti sia legittimo.

In particolare la Cassazione ci ha tenuto ad evidenziare che già solo i procedimenti di stabilizzazione e frantumazione cui vengono sottoposti i materiali si pongono in contrasto con la definizione di sottoprodotto, perchè per poter parlare di sottoprodotto, il materiale da riutilizzare non deve necessitare di alcuna trasformazione preliminare.

Vuoi approfondire l’argomento? Leggi il nostro articolo che chiarisce nel dettaglio quali condizioni deve rispettare un materiale per poter rientrare nella nozione di sottoprodotto ed essere escluso dal regime dei rifiuti.

I rifiuti costituiti da imballaggi sporchi di sostanze pericolose (p.es.: imballaggi sporchi di vernici a solventi) o contaminati da tali sostanze devono essere sempre classificati come pericolosi oppure la pericolosità va stabilita in base ai risultati di analisi chimiche?

E’ vero che devo classificare con il codice CER 150110 qualsiasi tipologia di imballaggio etichettato con i simboli di pericolosità del prodotto che ha contenuto, indipendentemente dalla presenza o meno di effettiva contaminazione?imballaggivernici.gif

La questione non è di poco conto visto che classificare come pericoloso un rifiuto che non lo è, comporta costi inopportuni per l’impresa che lo produce; viceversa, dichiarare la non pericolosità di un rifiuto che contiene sostanze pericolose, rende il produttore passibile di sanzioni.

Leggi il nostro articolo per saperne di più

Secondo l’ art. 190, comma 9, D.Lgs. 152/2006, il peso può essere alternativamente indicato in Kg, litri oppure metri cubi.

L’articolo infatti recita testualmente  nell’Allegato 6.C1, sezione III, lettera c), del decreto del Ministro dll’ambiente 1° aprile 1998, n. 148, dopo le parole: “in litri” la congiunzione: “e”   sostituita dalla disgiunzione: “o” .

Pertanto non è più necessario, a differente della precedente disciplina, indicare due o più unità di misura ma è sufficiente utilizzare a scelta la massa (espressa in kg) oppure il volume (litri o metri cubi).

La Camera di commercio competente alla vidimazione dei registri di carico e scarico è quella della provincia in cui ha sede legale l’impresa o quella della provincia in cui è situata l’unità locale presso la quale viene tenuto il registro di carico e scarico.

Come si gestiscono formulario e registro per i rifiuti derivanti da operazioni di manutenzione?

L’art. 266 comma 4 del D.Lgs.152/06 stabilisce che “I rifiuti provenienti da attivita’ di manutenzione o assistenza sanitaria si considerano prodotti presso la sede o il domicilio del soggetto che svolge tali attività”.

In questo caso il formulario non deve accompagnare il trasporto ed il registro di carico/scarico viene compilato presso la sede legale della società che effettua la manutenzione.

L’art. 183, comma 1, lett. a) definisce rifiuto “qualsiasi sostanza che rientra nelle categorie riportate nell’ Allegato A alla parte quarta del presente decreto di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi”.

Tecnicamente si è di fronte ad un rifiuto solo a due condizioni, che devono sussistere contemporaneamente:

1)   si tratti di sostanze od oggetti di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi;
2)   si tratti di sostanze od oggetti che rientrino in determinate categorie (Elenco CER ).

La classificazione di rifiuto come tossico-nocivo fu introdotta dal D.P.R. 915/82 che stabiliva tre tipologie di rifiuti: a) urbani; b) speciali; c) tossico-nocivi.

Questa classificazione è stata però abrogata già nel 1997, quando con l’entrata in vigore del decreto Ronchi n. 22 del 1997, in ossequio alla normativa europea 91/689/CEE, il concetto di rifiuto “tossico e nocivo” veniva sostituito da quello di rifiuto “pericoloso”.

Ancora attualmente, sotto la vigenza del testo unico ambientale (D.Lgs. 152/06), i rifiuti si classificano in base alla loro origine in a) urbani e b) speciali; in base alle loro caratteristiche di pericolosità in a) pericolosi; b) non pericolosi.

Quindi il riferimento alla precedente classificazione tossico/nocivo è oggi del tutto superato.

Tuttavia nella caratterizzazione del rifiuto ai fini dello smaltimento tale riferimento può essere ancora rilevante. Infatti ci sono ancora molte discariche che operano secondo il vecchio regime ex D.P.R. 915/1982 e pertanto i parametri previsti per individuare i rifiuti che, in vigenza dell’ex D.P.R: 915/82, erano classificati tossici e nocivi, continuano ad essere utilizzati ai fini dell’individuazione, in via transitoria, dei rifiuti smaltibili nelle varie categorie di discarica.

Ricordiamo che anche le nuove discariche (ovvero quelle autorizzate dopo il 2003) possono smaltire i rifiuti in osservanza delle condizioni e limiti della delibera 1984 (applicativa del D.P.R. 915/82), fino al 30 giugno 2009.

CER sta per Catalogo Europeo dei Rifiuti: è un elenco armonizzato di rifiuti che intende fornire una nomenclatura di riferimento con una terminologia comune per tutta l’Unione europea, allo scopo di migliorare tutte le attività connesse alla gestione dei rifiuti.

Attraverso il Catalogo Europeo dei Rifiuti (CER) è possibile individuare la tipologia di rifiuti e la loro classificazione per lo smaltimento o il recupero.

Ad ogni tipologia di rifiuto viene assegnato un codice numerico di 6 cifre da leggersi a due a due. Ciascuna coppia di numeri identifica:

*    Classe: settore di attività da cui deriva il rifiuto (es. 17 rifiuti delle operazioni di costruzione e demolizione)
*    Sottoclasse: processo produttivo di provenienza del rifiuto (es. 17 05 terra, rocce e fanghi di drenaggio)
*    Categoria: nome o descrizione del rifiuto (es. 17 05 03* terra e rocce contenenti sostanze pericolose)

L’elenco di tali codici identificativi (denominato CER 2002) è allegato alla parte quarta del D.lgs. 152/06 ed è articolato in 20 classi ognuna delle quali raggruppa rifiuti che derivano da uno stesso settore di attività.

La corretta classificazione del rifiuto con l’attribuzione del codice CER è posta a carico del produttore che è tenuto ad individuare il codice corrispondente alla tipologia di rifiuto prodotto ai fini di una corretta gestione (tenuta dei registri di carico/scarico, deposito temporaneo, trasporto, smaltimento).

Nell’elenco dei codici è possibile trovare due tipologie di rifiuti:

1)   rifiuti comunque pericolosi identificati come tali direttamente nell’elenco (pericolosi per origine). In questo caso è la normativa a stabilire se il rifiuto in questione è pericoloso oppure no e lo identifica con un CER sulla base del ciclo produttivo di provenienza.
2 )  rifiuti con “voce a specchio” che possono essere pericolosi o non pericolosi a seconda dei valori di concentrazione di sostanze pericolose eventualmente presenti rispetto ai relativi valori limite indicati nella direttiva di riferimento. In tal caso è necessario prelevare un campione e procedere ad un’analisi chimica per stabilire la pericolosità eventuale in funzione della concentrazione di sostanze pericolose che vengano rilevate.

I codici CER dei rifiuti pericolosi sono contrassegnati con asterisco.

Il recepimento a livello nazionale della Decisione 2000/532/CE e successive modifiche ed integrazioni, introduce invece alcuni cambiamenti sostanziali riguardo la classificazione dei rifiuti quali, ad esempio, la descrizione di una procedura ben precisa per l’attribuzione dei codici.

Per la categoria che non si intende rinnovare bisogna procedere alla cancellazione: va trasmessa istanza di variazione con attestazione originale dell’avvenuto pagamento del diritto di segreteria che deve essere versato contestualmente alla domanda di cancellazione (la quota da versare varia in funzione della forma societaria).

Ai fini del pagamento del diritto annuale da versare entro il 30 di aprile di ogni anno, bisogna far pervenire agli Enti Competenti le istanze di cancellazione della categoria entro il 31 dicembre dell’anno in corso e la cancellazione avrà effetto per l’anno successivo.

Va ricordato che anche un solo giorno di iscrizione nell’anno in corso comporta, da parte dell’impresa, l’obbligo al versamento del diritto annuale.

La ditta deve rinnovare l’iscrizione alla categoria 2E a mezzo di apposita istanza in procedura semplificata da presentare alla Sezione Provinciale territorialmente competente dell’Albo Nazionale Gestori Ambientali, previo pagamento del relativo diritto di segreteria.

Detta istanza deve essere corredata da:

1) idonea documentazione tecnica dalla quale risultino quantità, natura, origine e destinazione dei rifiuti;
2) idoneità tecnica dei mezzi utilizzati, in base ai requisiti stabiliti dall’Albo in relazione ai tipi di rifiuti da trasportare;
3) rispetto delle condizioni e possesso dei requisiti soggettivi, di idoneità tecnica e di capacità finanziaria.

E’ opportuno ricordare che se ci sono nuovi mezzi che la ditta adopera per il trasporto dei rifiuti (compresi i container e cassoni scarrabili e ad eccezione dei soli trattori stradali), questi dovranno essere inseriti nella domanda di rinnovo. In tal caso i mezzi dovranno essere sottoposti ad attestazione di idoneità a mezzo di perizia tecnica giurata da allegare all’istanza.

Invece relativamente ai mezzi per i quali la perizia sia già stata presentata e le prescrizioni, le caratteristiche ed i requisiti in essa attestati siano ancora attuali, la perizia stessa potrà essere sostituita da apposita autocertificazione.

Analogamente a quanto previsto dal Decreto Ronchi (D.Lgs. 22/97), anche il D.Lgs. 152/06 (c.d. testo unico ambientale all’art. 183, comma 1, lett. m), definisce il deposito temporaneo come “il raggruppamento dei rifiuti effettuato, a determinate condizioni, prima della raccolta, nel luogo in cui sono prodotti”.

In pratica, il rifiuto, in attesa di essere conferito a terzi autorizzati al trasporto/smaltimento, deve essere stoccato in un’area specifica chiamata deposito temporaneo che è l’unico a non essere soggetto ad alcuna autorizzazione (al contrario del deposito preliminare e messa in riserva) se si rispettano precise condizioni e vincoli e quantitativi/temporali.

La prima condizione concerne la pericolosità dei rifiuti depositati, che non devono contenere policlorodibenzodiossine, policlorodibenzofurani, policlorodibenzofenoli in quantità superiore a 2,5 parti per milione (ppm), n° policlorobifenile e policlorotrifenili in quantità superiore a 25 parti per milione (ppm).

Inoltre il deposito temporaneo deve essere effettuato per categorie omogenee e nel rispetto delle relative norme tecniche, nonchè, per i rifiuti pericolosi, nel rispetto delle norme che disciplinano il deposito delle sostanze pericolose in essi contenute. Infine devono essere rispettate le norme che disciplinano l’imballaggio e l’etichettatura dei rifiuti pericolosi.

Per quanto riguarda invece le modalità di avviamento al recupero o allo smaltimento, secondo il testo unico ambientale, aggiornato con il correttivo 2008 (D.Lgs. 4/2008), il produttore può scegliere, in base alle proprie esigenze, di raggruppare i rifiuti in due diverse modalità ALTERNATIVE:

a) scegliere di raggruppare in deposito temporaneo all’interno del proprio luogo di produzione un quantitativo illimitato di rifiuti pericolosi provvedendo alla raccolta e all’avvio alle operazioni di smaltimento entro il termine massimo di tre mesi (deposito temporaneo con limiti temporali).

b) scegliere di raggruppare in deposito temporaneo all’interno della propria area un quantitativo massimo di 10 metri cubi di rifiuti pericolosi o 20 metri cubi di rifiuti non pericolosi esonerandosi così dal termine massimo dei tre mesi. In tal caso provvederà alla raccolta e all’avvio alle operazioni di smaltimento quando avrà raggiunto tale quantitativo massimo, anche superando il limite dei tre mesi (deposito temporaneo con limiti quantitativi). Tuttavia, anche se non si è raggiunto il quantitativo massimo di 10 o 20 metri cubi, il termine di giacenza non può superare mai un anno.

Il mancato rispetto di tali condizioni fa ricadere lo stoccaggio nellìambito delle operazioni di deposito preliminare o di messa in riserva, assoggettando l’impresa all’obbligo di autorizzazione da parte della Regione o della Provincia delegata.

Inoltre l’attività di deposito temporaneo dei rifiuti deve avvenire imprescindibilmente all’interno del luogo di produzione dei rifiuti. Infatti, affinchè si possa ritenere esente dal regime autorizzatorio, non può assolutamente essere realizzato dal produttore in un posto diverso da quello in cui i rifiuti sono generati.

Qualora, quindi, un’impresa intenda o non possa rispettare tutte le prescrizioni descritte, deve richiedere l’autorizzazione alla realizzazione di un impianto di stoccaggio in conto proprio di rifiuti speciali.

Al fine di consentire un’idonea verifica dei flussi dei rifiuti da parte delle autorità competenti, il produttore del rifiuto e tutti coloro che gestiscono i rifiuti (trasportatori e impianti destinatari) hanno l’obbligo di annotare una serie di dati su appositi registri di carico e scarico.

I modelli vigenti del registro di carico e scarico dei rifiuti sono quelli definiti dal Decreto Ministeriale 1 aprile 1998 n. 148.

Un nuovo modello di registro di carico e scarico dei rifiuti, come previsto dall’art.190, comma 7, del D.Lgs 152/2006, era stato definito dal D.M. del 02/05/2006 (pubblicato sulla G.U. del 0/05/2006 n. 107).

Successivamente il Ministero dell’Ambiente con proprio Comunicato (pubblicato sulla G.U. del 26/06/2006 n.146) ha dichiarato inefficaci i decreti attuativi del D.Lgs. 152/2006, compreso quello relativo al nuovo registro di carico e scarico.

Stante questa dichiarazione di inefficacia, rimane vigente il D.M. 48/1998 ed i modelli di registro di carico e scarico da questo definiti, da adottare in base all’attività esercitata:

Modello A: per i soggetti che producono, recuperano, smaltiscono, trasportano o commerciano e intermediano rifiuti con detenzione;

Modello B: per i soggetti che commerciano e intermediano rifiuti senza detenzione;

Il D.Lgs. 16/01/2008, n. 4 ha modificato l’articolo 190 del D.Lgs. 3/04/2006, n. 152, stabilendo, al comma 6, che i registri di carico scarico dei rifiuti siano “numerati e vidimati dalle Camere di Commercio territorialmente competenti “.

formulario-rifiutiL’operazione di trasporto dei rifiuti costituisce una delle fasi più delicate della gestione dei rifiuti. Per questo motivo il rifiuto che lascia il luogo di produzione per essere trasportato “su strada” (intendendo su suolo pubblico e non per spostamenti all’interno di un cantiere o stabilimento privato), deve essere accompagnato da un formulario di identificazione dal quale devono risultare, tra l’altro, alcuni dati essenziali, quali nome e indirizzo del produttore, del detentore e del destinatario, origine, tipologia e quantità del rifiuto, impianto di destinazione, nonchè data e percorso dell’istradamento.

Il formulario da compilare deve essere redatto in quattro esemplari di cui la prima deve rimanere presso il produttore. Delle altre tre, la seconda è acquisita dal destinatario (impianto finale di trattamento del rifiuto o discarica) e la terza e la quarta dal trasportatore, il quale provvede a trasmettere la quarta copia al produttore/detentore. Il produttore deve ricevere la quarta copia del formulario, controfirmata e datata in arrivo dal destinatario, entro tre mesi dalla data di conferimento dei rifiuti al trasportatore.

Se allo scadere dei tre mesi, si ravvisa la mancata ricezione della quarta copia del formulario, il produttore deve provvedere a darne comunicazione alla Provincia, inviando mediante raccomandata A/R la prima copia del formulario (di cui comunque è in possesso) e dichiarando che non risulta pervenuta la quarta copia. Solo adottando tali provvedimenti, il produttore stesso viene completamente sollevato da qualsiasi responsabilità penale e/o amministrativa derivante da illeciti eventualmente commessi da trasportatori, smaltitori o recuperatori.

Se vuoi approfondire le responsabilità in ordine alla compilazione del formulario, leggi il nostro articolo: Compilazione del formulario: responsabilità del produttore o del trasportatore?

MUD sta per Modello Unico di Dichiarazione.

Secondo il vigente D.Lgs. 152/2006 (articolo 189), il MUD è il documento attraverso il quale chiunque effettui a titolo professionale attività di raccolta e di trasporto di rifiuti, compresi i commercianti e gli intermediari di rifiuti senza detenzione, ovvero svolga le operazioni di recupero e di smaltimento dei rifiuti, nonchè le imprese e gli enti che producano rifiuti pericolosi ed i consorzi istituiti con le finalità di recuperare particolari tipologie di rifiuto, comunichi annualmente alle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura territorialmente competenti le quantità e le caratteristiche qualitative dei rifiuti oggetto delle predette attività.

Esso è stato istituito con la legge 25 gennaio 1994, n. 70, recante “Norme per la semplificazione degli adempimenti in materia ambientale, sanitaria e di sicurezza, nonchè per l’attuazione del sistema di ecogestione e di audit ambientale”.

Se vuoi approfondire puoi leggere:

Un quadro di immediata applicazione del MUD per i produttori di rifiuti

Si. L’iscrizione all’albo è requisito essenziale per lo svolgimento delle attività di raccolta e di trasporto di rifiuti e può essere rilasciato tramite due tipi di procedure: semplificata ed ordinaria.

La prima riguarda le imprese che effettuano attività di raccolta e trasporto dei rifiuti individuati dalla normativa come recuperabili ed effettivamente avviati al riciclaggio e al recupero.

La seconda riguarda le imprese che svolgono:

*attività di raccolta e trasporto di rifiuti non pericolosi e pericolosi prodotti da terzi
*attività di bonifica dei siti e dei beni contenenti amianto
*attività di commercio e intermediazione di rifiuti senza detenzione degli stessi
* gestione di impianti di recupero e smaltimento di titolarità di terzi
*gestione di impianti mobili di smaltimento e recupero rifiuti.

Secondo il Decreto 28 aprile 1998, n. 406 sono previste 10 categorie di iscrizione:

*    Categoria 1: raccolta e trasporto di rifiuti urbani e assimilati;
*    Categoria 2: raccolta e trasporto di rifiuti non pericolosi avviati al recupero in modo effettivo ed oggettivo
*    Categoria 3: raccolta e trasporto di rifiuti pericolosi avviati al recupero in modo effettivo ed oggettivo
*    Categoria 4: raccolta e trasporto di rifiuti speciali non pericolosi rodotti da terzi
*    Categoria 5: raccolta e trasporto di rifiuti pericolosi
*    Categoria 6: gestione di impianti fissi di titolarità di terzi nei quali si ffettuano le operazioni di smaltimento e di recupero
*    Categoria 7: gestione di impianti mobili per l’esercizio delle operazioni di smaltimento e di recupero
*    Categoria 8: intermediazione e commercio di rifiuti
*    Categoria 9: bonifica di siti
*    Categoria 10: bonifica di siti e beni contenenti amianto

La gestione di impianti fissi comprende in particolare:

a) la gestione di stazioni di trasferimento di rifiuti urbani e di stazioni di onferimento di rifiuti raccolti in modo differenziato (Categoria 6A);
b) la gestione di impianti di stoccaggio di rifiuti speciali non pericolosi e pericolosi (Categoria 6B);
c) la gestione di impianti di trattamento chimico-fisico e/o biologico di ifiuti (Categoria 6C);
d) la gestione di impianti di discarica per rifiuti urbani tal quali o trattati (Categoria 6D);
e) la gestione di impianti di discarica per inerti (Categoria6E);
f) la gestione di impianti di discarica per rifiuti speciali (Categoria 6F);
g) la gestione di impianti di discarica per rifiuti pericolosi (Categoria 6G);
h) la gestione di impianti di termodistruzione di rifiuti urbani e di rifiuti peciali, pericolosi e non pericolosi (Categoria 6H).

In data 27 luglio 2007, l’Albo gestori rifiuti, con Circolare n.1555 ha chiarito i limiti dell’iscrizione alle categorie 2 e 3 dell’Albo.

Con riferimento all’ art. 212 c. 20 del D.Lgs. 152/06, l’Albo ha ritenuto possibile per un’impresa iscritta con procedura ordinaria, alle condizioni stabilite dal comma sopra indicato, trasportare i rifiuti anche fino ad impianti che effettuano le operazioni di recupero in procedura semplificata, ma non ha ritenuto ammissibile l’inverso.

La circolare per esteso:

Prot.n. 1555/ALBO/PRES 27 LUGLIO 2007

OGGETTO: Iscrizione nelle categorie 2 e 3. Limiti.

E’ stato richiesto di chiarire se sia possibile all’impresa iscritta, con procedura semplificata, nelle categorie 2 o 3 destinare i rifiuti ad impianti di recupero autorizzati con procedura ordinaria. Il Comitato nazionale ha ritenuto che, ai sensi del comma 20 dell’articolo 212 del D.Lgs 152/06, l’impresa iscritta con procedura ordinaria possa, alle condizioni stabilite dallo stesso comma, trasportare i rifiuti anche con destinazione a impianti che effettuano le operazioni di recupero in procedura semplificata. Non risulta possibile il contrario in quanto l’iscrizione di cui alle categorie 2 o 3 vincola la destinazione dei rifiuti trasportati ad impianti che svolgono le operazioni di recupero in procedura semplificata ai sensi degli articoli 214 e 216 del D.Lgs 152/06.

Un punto di emissione convogliata, installato esclusivamente per esigenze di sicurezza nei luoghi di lavoro, può essere considerato come uno sfiato e ricambio d’aria esente dall’obbligo di autorizzazione?

No. E’ vero che, secondo la normativa vigente, le emissioni provenienti da sfiati e ricambi d’aria presenti esclusivamente per esigenze di igiene e sicurezza degli ambienti di lavoro, non sono soggette all’obbligo di richiesta dell’autorizzazione alle emissioni o di altra comunicazione all’autorità competente; ma la cosa è ben diversa quando invece di parlare di sfiati si è in presenza di vere e proprie emissioni captate e convogliate all’esterno tramite un punto di emissione. Leggi tutto

Se l’autorità competente al rilascio delle emissioni in atmosfera non si esprime nel termine di 120 giorni dalla ricezione della domanda di autorizzazione avanzata dalla ditta richiedente, cosa si può fare?

L’art. 269 del D.Lgs. 152/06 stabilisce che l’autorità competente deve concludere il procedimento  mediante il rilascio di un provvedimento espresso  entro 120 giorni dalla ricezione della domanda di autorizzazione o 150 nel caso di richieste di integrazione.

Se entro questo termine non si pronuncia, il gestore può, entro i successivi 60 giorni, rivolgersi al Ministro dell’Ambiente e della Tutela del territorio, il quale dovrà provvedere in sostituzione dell’autorità competente rimasta inerte. Se anche il Ministro non si esprimesse sulla richiesta entro il termine stabilito (di 90 giorni), il gestore potrà presentare ricorso al TAR.

Per approfondire, puoi leggere le autorizzazioni alle emissioni in atmosfera e l’inerzia amministrativa

L’autorità competente al rilascio delle emissioni in atmosfera può sospendere il procedimento autorizzativo nel caso in cui il Comune dove risiede l’azienda richiedente non esprima il suo parere per il rilascio dell’atto di autorizzazione?

E’ anzitutto opportuno chiarire che, secondo i principi ormai consolidati della normativa ambientale e più volte ribaditi anche dalla Corte di giustizia Europea, le autorizzazioni ambientali non godono del silenzio-assenso ma devono essere formalmente espresse e comunicate, oltre che preventivamente richieste. In altre parole, è vietato realizzare qualsiasi intervento che abbia impatti sulle emissioni, senza prima ottenere un formale provvedimento di autorizzazione dall’autorità competente.

Per quanto riguarda il settore delle emissioni in atmosfera, per tutto quanto detto, il gestore deve richiedere e ottenere una espressa autorizzazione, qualor non sia possibile aderire ad autorizzazioni a carattere generale (attuali attività in deroga prima definite “a ridotto inquinamento” ai sensi del D.P.R. 203/88).

Precisato ciò, nel caso specifico oggetto di richiesta, premesso che in materia di Conferenza dei Servizi si intendono richiamate le disposizioni di cui all’art. 14 della legge 7 agosto 1990 n. 241 e successive modifiche ed integrazioni, va precisato che tale conferenza va indetta anche in caso di mancato riscontro del sindaco.

Si considera infatti acquisito l’assenso degli enti e dei soggetti che, pur regolarmente convocati, non abbiano espresso definitivamente la propria volontà nei termini di cui al comma 7 dell’art. 14-ter della legge 241/1990 e successive modificazioni.

Ai sensi di tale disposto si considera quindi acquisito il parere del Comune anche quando non formalmente espresso (vale in pratica la regola del silenzio-assenso).

Pertanto la decisione di sospendere il procedimento perchè il comune non si è espresso, è assolutamente illegittima.

Ai sensi dell’art. 269 della Parte Quinta del D.L.gs. 152/06 e s.m.i., tutti gli impianti che producono emissioni in atmosfera hanno l’obbligo di richiedere l’autorizzazione all’autorità competente (Regione, provincia autonoma o diversa autorità indicata nella legge regionale).

Le Ditte hanno l’obbligo di presentare domanda di autorizzazione per nuovi impianti o trasferimento di impianti da un luogo ad un altro ai sensi dell’ Art. 269 comma 2 e comunicare le variazioni di ragione sociale.

Fanno eccezione gli impianti elencati all’ art. 272 a inquinamento “poco significativo” e “ridotto”.

In questi ultimi due casi le imprese possono rispettivamente

a) comunicare la presenza di impianti/attività ad inquinamento atmosferico scarsamente rilevante ai sensi dell’art. 272 comma 1;

b) aderire alle autorizzazioni a carattere generale per particolari categorie di impianti/attività ai sensi dell’art. 272 comma 2.

Si. Le ditte hanno l’obbligo di comunicare tutte le modifiche che intendono sottoporre ad un impianto che comportino una variazione di quanto indicato nel progetto o nella relazione tecnica allegata alla richiesta di autorizzazione o nell’autorizzazione stessa.

Se la modifica è sostanziale, l’autorità competente ordina al gestore di presentare una domanda di aggiornamento dell’autorizzazione.

Se invece la modifica non è sostanziale, l’autorità competente provvede, ove necessario, ad aggiornare l’autorizzazione in atto.

Modifica Sostanziale: modifica che, alternativamente

a) comporta un aumento delle emissioni;

b) comporta una variazione qualitativa delle emissioni;

c) altera le condizioni di convogliabilità tecnica delle emissioni.

Il gestore ha l’obbligo di richiedere e ottenere una espressa autorizzazione prima dell’installazione di un nuovo impianto o trasferimento di impianto da un luogo ad un altro.

Le autorizzazioni ambientali devono avere natura preventiva ed espressa, ovvero sussiste un divieto generale di realizzare qualsiasi intervento senza prima ottenere un formale provvedimento di autorizzazione dall’autorità competente.

Non esiste la possibilità del silenzio-assenso.

Il provvedimento di autorizzazione deve essere espresso e senza di esso non è possibile installare nuovi impianti o trasferire impianti esistenti.

Il gestore che intende installare un impianto nuovo o trasferire un impianto da un luogo ad un altro presenta all’autorità competente una domanda di autorizzazione, accompagnata:

a) dal progetto dell’impianto in cui sono descritte la specifica attività a cui l’impianto e’ destinato, le tecniche adottate per limitare le emissioni e la quantità e la qualità di tali emissioni, le modalità di esercizio e la quantità, il tipo e le caratteristiche merceologiche dei combustibili di cui si prevede l’utilizzo, nonchè, per gli impianti soggetti a tale condizione, il minimo tecnico definito tramite i parametri di impianto che lo caratterizzano;

b) da una relazione tecnica che descrive il complessivo ciclo produttivo in cui si inserisce la specifica attività cui l’impianto è destinato ed indica il periodo previsto intercorrente tra la messa in esercizio e la messa a regime dell’impianto.

L’autorizzazione stabilisce:

a) per le emissioni che risultano tecnicamente convogliabili, le modalità di captazione e di convogliamento;

b) per le emissioni convogliate o di cui e’ stato disposto il convogliamento, i valori limite di emissione, le prescrizioni, i metodi di campionamento e di analisi, i criteri per la valutazione della conformità dei valori misurati ai valori limite e la periodicità dei controlli di competenza del gestore;

c) per le emissioni diffuse, apposite prescrizioni finalizzate ad assicurarne il contenimento.

Gli adempimenti di legge imposti dal D.Lgs. 152/06 e s.m.i. devono essere rispettati sempre, anche se non esplicitamente citati come prescrizioni nel provvedimento di autorizzazione che viene concesso alla Ditta.

La ditta è tenuta ad eseguire:

*Il controllo delle emissioni in occasione della messa in esercizio e a regime degli impianti;

*Il controllo periodico delle emissioni (annuale, semestrale, etc);

*Il controllo delle emissioni in riferimento alle eventuali ulteriori disposizioni prescritte nel provvedimento autorizzativo;

Inoltre la ditta è tenuta a rispettare:

*Tutte le prescrizioni imposte nel provvedimento autorizzativo;

*I dettami del D.Lgs. 152/06 e s.m.i., anche se non esplicitamente richiamate nell’autorizzazione.

Le autorizzazioni alle emissioni hanno validità di quindici anni, salvo eventuali modifiche che intervengono e che richiedono il riaggiornamento del provvedimento.

La domanda di rinnovo deve essere presentata almeno un anno prima della scadenza.

I gestori degli impianti autorizzati, anche in via provvisoria o in forma tacita, ai sensi del D.P.R 203/88 devono presentare una domanda di autorizzazione entro i termini di seguito indicati:

a. per impianti anteriori al 1988: dal 28/04/2006 al 31/12/2010.

b. per impianti anteriori al 2006 ed autorizzati prima del 01/01/2000: dal 01/01/2011 al 31/12/2014.

c.per impianti anteriori al 2006 ed autorizzati in data successiva al 31/12/1999: dal 01/01/2015 al 31/12/2018

Inoltre, ai sensi dell’art. 281 comma 4, gli impianti che ricadevano:

a) nell’allegato 1 del DPR 25/07/91 e che per effetto dell’entrata in vigore della parte V del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i. sono tenuti ad ottenere una specifica autorizzazione alle emissioni in atmosfera;

b) nell’allegato 2 del DPR 25/07/91 (ridotto inquinamento atmosferico e inquinamento atmosferico poco significativo), sia quelli già autorizzati sia quelli che hanno presentato domanda ai sensi dell’art. 12 e non hanno mai ottenuto un’esplicita autorizzazione devono presentare la richiesta di adesione all’autorizzazione generale generica entro 15 mesi dall’entrata in vigore della parte V del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i.; pertanto l’ultima data utile alla presentazione era il 28/07/2007.

Qualsiasi emissione nell’aria, nel suolo e nell’acqua di composti organici volatili, ad esclusione delle emissioni contenute negli scarichi gassosi, nonchè i solventi contenuti in qualsiasi prodotto.

Sono comprese le emissioni non convogliate rilasciate nell’ambiente esterno attraverso finestre, porte, sfiati e aperture similari.

Le emissioni convogliate invece sono quelle captate ed emesse nell’aria da un camino con o senza impianto di abbattimento.

Per quanto riguarda l’aspetto sanzionatorio, per il mancato rispetto del D. Lgs. n. 152 del 3 aprile 2006 Parte Quinta sono previste sanzioni di tipo penale:

pena dell’arresto da due mesi a un anno o pagamento di ammende che vanno da 258,23 a 1032,91.

Nelle tecnologie di scrubbing ad umido, in seguito alla rimozione degli inquinanti è necessario anche rimuovere eventuali goccioline residue (che contengono sostanze inquinanti) dalla corrente di uscita prima di inviarla al camino. A tale scopo si inserisce un dispositivo nell’impianto che ha il compito di favorire la separazione delle gocce di liquido trascinate dalla corrente gassosa. Continua a leggere

La disidratazione di un fango di depurazione rappresenta un’operazione di tipo fisico impiegata per ridurre il contenuto di acqua dei fanghi. L’apparecchiatura di disidratazione più idonea viene individuata sulla base della tipologia del fango, delle caratteristiche dei prodotti disidratanti (spesso indispensabili), degli spazi a disposizione e dell’entità la problematica “odori”. Continua a leggere

foto_imhoffCon l’uso di un cono Imhoff  (cono di vetro trasparente, graduato, della capacità di 1000 mL) è possibile ottenere alcune utili informazioni per la gestione operativa di una vasca di sedimentazione. Esaminando un campione in ingresso al bacino è possibile infatti seguire la cinetica di sedimentazione; verificare il tempo di sedimentazione della frazione grossolana e di quella più fine oppure determinare il volume di fango che si sedimenta nel bacino.

Il cono Imhoff viene principalmente impiegato per determinare i “Solidi sedimentabili” presenti in un campione di refluo: un volume di refluo pari a 1000 mL viene versato nel cono e, dopo un intervallo di tempo prestabilito (in genere 30 minuti) si misura il volume di solidi, espresso in mL, che si sono depositati sul fondo del cono. Tale metodo è ufficialmente riconosciuto ed è quello che viene comunemente utilizzato anche nei laboratori chimici di analisi (Metodo 2090-C del Manuale APAT IRSA-CNR 29/2003).

Si tratta di una tecnologia di abbattimento delle emissioni di Composti Organici Volatili (COV) basata sull’adsorbimento dei COV su un materiale adsorbente (solitamente carboni attivi o zeoliti) e successivo desorbimento e postcombustione della corrente gassosa dopo che questa è stata concentrata con particolari accorgimenti tecnici.

La particolarità di questo impianto, da cui il nome, sta nella rotoconcentrazione, appunto: un tamburo rotante contenente il materiale adsorbente viene attraversato dalla corrente d’aria inquinata ed in questo passaggio i COV vengono adsorbiti. La corrente d’aria in uscita, depurata dall’inquinante, può essere scaricata in atmosfera attraverso un punto di emissione. A questo punto il tamburo rotante va rigenerato: una corrente d’aria viene prelevata dall’ambiente esterno a bassa portata volumetrica, preriscaldata e fatta passare sul tamburo per desorbire i COV. L’aria di desorbimento, contenente i composti organici da abbattere, viene inviata alla camera di combustione dove gli inquinanti vengono degradati termicamente ad anidride carbonica e vapore acqueo. I fumi di combustione vengono convogliati ed emessi in atmosfera attraverso un diverso punto di emissione, dopo aver scambiato il loro calore con la corrente d’aria che rigenera il tamburo.

La rotoconcentrazione consente di operare con portate d’aria in ingresso alla camera di combustione decisamente più basse delle portate aspirate dai reparti di lavorazione (rapporti volumetrici ottenibili 1:10-1:15). Questa concentrazione consente sia di dimensionare una sezione di combustione più piccola (minori costi di investimento) sia di aumentare il flusso di massa di COV (kg/h) in ingresso alla camera di combustione fino ad ottenere, in certe condizioni, l’auto sostentamento termico con la minimizzazione del consumo del combustibile ausiliario necessario a mantenere la temperatura della camera di combustione. Minori portate inoltre consentono anche di contenere l’ emissione di inquinanti atmosferici secondari prodotti dalla combustione (NOx e COx).

L’elettrofiltro è un sistema di depurazione che consente la separazione del flusso di gas in ingresso da particelle inquinanti.

Il gas da filtrare viene inviato in condotti al centro dei quali è disposta una serie di elettrodi negativi, isolati elettricamente dai condotti stessi e alimentati da corrente continua.

Il sistema, attraverso una differenza di potenziale indotta tra degli elettrodi di emissione e di raccolta, realizza la separazione delle particelle contaminanti dal gas vettore che viene fatto fluire tra gli elettrodi.

Infatti il campo elettrostatico che si produce tra gli elettrodi negativi e le pareti dei condotti ionizza il gas: le particelle in sospensione risultano dunque cariche negativamente, e si depositano sulla superficie dei condotti.

In uscita si ha quindi un flusso dìaria privo di contaminanti.

I trattamenti biologici consentono la conversione e rimozione di alcuni inquinanti presenti nelle acque reflue grazie all’attività di alcune specie microbiologiche (principalmente batteri). Questi trattamenti hanno l’obiettivo di rimuovere la sostanza organica biodegradabile (disciolta e colloidale) e di rimuovere i nutrienti azoto e fosforo. I processi biologici che convertono la sostanza organica possono avvenire in presenza o in assenza di ossigeno (processi aerobici, anaerobici e facoltativi).

I trattamenti chimico-fisici sono più flessibili e compatti ma meno adatti per la rimozione della sostanza organica biodegradabile disciolta e più dispendiosi in termini di costi di esercizio.

In funzione delle caratteristiche contenute nei liquami da trattare, delle qualità, del tipo di corpo ricettore, dei limiti di accettabilità da rispettare, si devono scegliere i tipi di trattamento da adottare e i processi di depurazione necessari, tenendo anche conto del fatto che i vari tipi di trattamento presentano efficienza di abbattimento diversa.

La valutazione del sistema di trattamento adeguato va effettuata sulla base di:

*Applicabilità del processo: esperienze precedenti, dati da impianti esistenti o da impianti pilota
*Valori di portate da trattare
*Caratteristiche di variabilità delle portate
*Caratteristiche del liquame da trattare
*Caratteristiche di qualità del corpo idrico ricettore (Dlgs 152/06)
*Presenza di sostanze inibitrici e refrattarie
*Materiali di risulta dei processi di trattamento
*Trattamento fanghi
*Costi di gestione e manutenzione
*Personale addetto (operatori specializzati in numero sufficiente)
*Affidabilità a medio e lungo termine
*Compatibilità: integrazione di nuove unità e processi con quelli esistenti e possibilità di espansioni future

La tecnica di Solidificazione/Stabilizzazione mira a fissare gli inquinanti e inertizzarli.

La metodologia consiste nel rendere inerti i composti inquinanti intrappolandoli fisicamente all’interno di una matrice solida (solidificazione) e generando delle reazioni chimiche che riducono la tendenza dei contaminati, presenti nel composto, a separarsi, diminuendone quindi la solubilità, la mobilità e la tossicità.

La fase di solidificazione trasforma il rifiuto in un materiale solido ad alta integrità strutturale, riducendo la mobilità degli inquinanti e quindi la loro possibile dispersione nell’ambiente.

La destinazione del materiale risultato dal processo di solidificazione può essere la discarica o il riutilizzo come riempimento per pavimentazioni stradali o per l’edilizia.

La stabilizzazione invece permette di rende meno mobile l’inquinante.

Il piano di caratterizzazione, in caso di contaminazione, è solo il primo di una serie di passi che ha come obiettivo la bonifica e/o la messa in sicurezza del sito.

Tale piano ha lo scopo di definire l’assetto geologico e idrogeologico del sito, verificare la presenza o meno di contaminazione nei suoli e nelle acque e sviluppare un modello concettuale del sito.

Vanno dunque decritti:

*il sito produttivo e le possibili relazioni esistenti tra le attività svolte e la contaminazione;
*le caratteristiche ambientali nell’area del sito e le condizioni necessarie alla tutela sanitaria ed ecologica;
*il piano di indagini (campionamento e analisi) da attuare per caratterizzare lo stato di contaminazione del sito.

Si tratta di una fase di lavoro estremamente delicata perchè imposta tutti i successivi interventi tecnici e la strategia generale del piano di indagine.

Le principali fasi della caratterizzazione:

1) Raccolta e organizzazione dei dati esistenti
Durante questa prima fase di raccolta e sistemazione dei dati esistenti è necessario acquisire tutte le informazioni e le documentazioni necessarie di carattere generale e specifico (amministrative, normative, urbanistiche, tecniche, impiantistiche,ecc..); effettuare colloqui ed interviste con personale specializzato o con persone che abbiano memoria storica del sito; realizzare sopralluoghi mirati ed infine elaborare i dati raccolti.

In questo modo è possibile definire i punti di maggiore criticità, la storia del sito e la sua caratterizzazione generale contenente: inquadramento territoriale, inquadramento geologico ed idrogeologico, andamento della superficie della falda ed uso degli acquiferi.

2) Elaborazione di un modello concettuale preliminare
Il modello concettuale preliminare è un modello non definitivo, nel senso che la sua costruzione è realizzata sulla base delle informazioni storiche disponibili prima dell’inizio del piano di investigazione e ha lo scopo di descrivere le caratteristiche del sito in termini di potenziali sorgenti della contaminazione, estensione e qualità preliminari delle matrici ambientali, potenziali percorsi della migrazione dalle sorgenti di contaminazione ai bersagli individuati.
La schematizzazione siffatta è la base per la definizione del piano di indagine.

3) Piano di indagini ed esecuzione

Alla luce dei primi risultati raccolti sono eseguite le indagini pianificate e le eventuali indagini integrative necessarie.

Devono essere condotte:

*analisi del suolo;
*analisi del sottosuolo;
*analisi delle acque sotterranee e superficiali;
*analisi delle componenti ambientali che possono essere state interessate dalla migrazione di sostanze presenti nella sorgente della contaminazione;

allo scopo di:

*verificare lìesistenza di un inquinamento delle matrici ambientali;
*definirne l’estensione volumetrica;
*individuare le possibili vie d’esposizione e migrazione degli inquinanti;
*ricostruire le caratteristiche geologiche ed idrogeologiche del sito al fine di sviluppare il modello concettuale definitivo.

4) Elaborazione dei risultati
Vengono elaborati i risultati delle indagini eseguite e dei dati storici raccolti al fine di rappresentare lo stato di contaminazione del suolo, del sottosuolo e delle acque sotterranee.

5) Elaborazione del modello concettuale definitivo
Il modello concettuale definitivo ha l’obiettivo di rappresentare l’interazione tra lo stato di contaminazione del sottosuolo e l’ambiente naturale e/o costruito.

Il modello concettuale siffatto costituisce la base per l’applicazione dellìanalisi di rischio, con cui vengono identificati i livelli di contaminazione residua accettabili (CSR).

Si fa presente che, nel caso di siti di interesse nazionale, i tempi e le modalità di approvazione delle fasi di cui sopra possono essere disciplinate con appositi Accordi di Programma.

Al ricevimento del piano di caratterizzazione, le amministrazioni competenti entro i successivi 30 giorni, convocata la conferenza di servizi, autorizzano il progetto trasmesso con eventuali prescrizioni integrative.

A seguito dell’approvazione del piano di caratterizzazione devono essere effettuate le vere e proprie indagini di caratterizzazione e di superamento dei limiti.

Esse consistono:

*nell’identificazione delle sorgenti di contaminazione;
*nella definizione dell’inquinamento del suolo, delle acque superficiali e sotterranee e dell’atmosfera;
*nell’individuazione dei percorsi di migrazione e dispersione degli inquinanti;
*nella ricostruzione delle caratteristiche geologiche e idrogeologiche del sito;
*nell’acquisizione dei parametri necessari alla conduzione dell’analisi di rischio;
*nella valutazione dei possibili recettori umani e ambientali e delle vie di esposizione alla contaminazione.

Sulla base delle risultanze della caratterizzazione, al sito è applicata la procedura di analisi del rischio sito specifica per la determinazione delle concentrazioni soglia di rischio (CSR). L’analisi di rischio consente di caratterizzare le sorgenti di contaminazione, le modalità di esposizione al rischio e i potenziali recettori esposti prevedendo modi e tempi in cui l’inquinamento di un sito potrà raggiungere la popolazione e le componenti ambientali.

Entro 6 mesi dall’approvazione del piano di caratterizzazione, il soggetto responsabile presenta i risultati dell’analisi di rischio che la conferenza di servizi convocata dall’autorità competente, a seguito dell’istruttoria, approva entro i successivi 60 giorni.

Qualora gli esiti della procedura dell’analisi di rischio dimostrino che la concentrazione dei contaminanti presenti nel sito è inferiore alle concentrazioni soglia di rischio, la conferenza dei servizi, con l’approvazione del documento dell’analisi del rischio, dichiara concluso positivamente il procedimento, potendo, in tal caso, prescrivere lo svolgimento di un programma di monitoraggio sul sito circa la stabilizzazione della situazione riscontrata in relazione agli esiti dell’analisi di rischio e all’attuale destinazione d’uso del sito.

L’indagine preliminare è volta ad accertare l’eventuale superamento delle concentrazioni di soglia di contaminazione (CSC), riportate in Allegato 5 al D.lgs.152/06 e definite come “i livelli di contaminazione delle matrici ambientali che costituiscono valori al di sopra dei quali è necessaria la caratterizzazione del sito e l’analisi di rischio sito specifica”.

A seguito di tale indagine si apre uno scenario di due possibili soluzioni:

a) Se i valori delle concentrazioni delle sostanze inquinanti rilevate non superano le CSC si conclude il procedimento, previa apposita comunicazione e ferme restando le attività di verifica e controllo dell’Autorità Competente.

b) Se invece dall’indagine preliminare si evidenzia un superamento delle CSC anche per un solo parametro, il responsabile dell’inquinamento e/o il proprietario del sito deve provvedere entro i successivi 30 giorni ad elaborare e trasmettere un piano di caratterizzazione del sito agli enti competenti, con i requisiti di cui all’Allegato 2 alla parte quarta del D.Lgs. 152/06.

Quali sono i requisiti di idoneità tecnica che deve avere il responsabile tecnico per l’iscrizione alla classe E, categoria 9 dell’Albo Gestori Ambientali?

Nel caso dell’iscrizione alla classe E ci sono diverse alternative per il possesso dei requisiti di idoneità tecnica richiesta.
Il responsabile tecnico deve:

1) aver seguito un corso di formazione + aver avuto 2 anni di esperienza nei settori di attività comprovati con idonee attestazioni di esecuzione di interventi di bonifica, rilasciate dal committente per importo complessivo pari ad almeno il 40% del limite inferiore della classe per la quale si chiede l’iscrizione.

oppure

2) aver conseguito il diploma di Geometra, Perito Industriale, Perito tecnico, Perito chimico o perito edile + 2 anni di esperienza nei settori di attività comprovati con idonee attestazioni di esecuzione di interventi di bonifica, rilasciate dal committente per importo complessivo pari ad almeno il 40% del limite inferiore della classe per la quale si chiede l’iscrizione

oppure

3) aver conseguito il diploma di laurea in Ingegneria, in Chimica o in Scienze Geologiche + 1 anno di esperienza nei settori di attività comprovati con idonee attestazioni di esecuzione di interventi di bonifica, rilasciate dal committente per importo complessivo pari ad almeno il 40% del limite inferiore della classe per la quale si chiede l’iscrizione

oppure

4) aver conseguito il diploma universitario o laurea breve in Ingegneria, in Chimica o in Scienze Geologiche + 1 anno di esperienza nei settori di attività comprovati con idonee attestazioni di esecuzione di interventi di bonifica, rilasciate dal committente per importo complessivo pari ad almeno il 40% del limite inferiore della classe per la quale si chiede l’iscrizione.

Per quanto riguarda i corsi di formazione, il comitato nazionale ha deliberato i contenuti anche per la categoria 9 e la durata che deve essere di 40 ore.

Gli argomenti devono vertere su:

Tecniche di intervento di bonifica
Tecniche di stoccaggio dei rifiuti
Igiene e sicurezza del lavoro (con specifico riferimento alle operazioni di bonifica)
Sicurezza ambientale e analisi del rischio
Tecniche di prevenzione e sicurezza
Tecniche di monitoraggio e controlli ambientali
Tecniche analitiche (finalizzate alla ricerca di sostanze pericolose)

La bonifica di un sito contaminato comporta una serie di interventi volti alla rimozione della fonte di inquinamento e alla riduzione dei livelli di concentrazione dell’agente inquinante nei terreni e nelle acque sotterranee e superficiali al di sotto dei limiti di accettabilità previsti dalla legge.

Tali limiti sono fissati dalla normativa in relazione alla destinazione d’uso dei suoli.

Si definisce messa in sicurezza d’emergenza (MISE) ogni intervento immediato o a breve termine, da eseguire nelle condizioni di emergenza in caso di eventi di contaminazione repentini di qualsiasi natura, atto a contenere la diffusione delle sorgenti primarie di contaminazione, impedirne il contatto con le altre matrici nel sito e a rimuoverle, in attesa di eventuali ulteriori interventi di bonifica o messa in sicurezza operativa o permanente.

A titolo puramente esemplificativo, gli interventi di MISE possono consistere nella rimozione di rifiuti, nello svuotamento di serbatoi oppure nell’aspirazione di liquidi galleggianti sulla falda.

La messa in sicurezza operativa MSO è un intervento eseguito in un sito con attività in esercizio per garantire un adeguato livello di sicurezza per le persone e per l’ambiente, in attesa di ulteriori interventi di messa in sicurezza permanente o bonifica da realizzarsi alla cessazione dell’attività.

Comprende anche gli interventi transitori di contenimento della contaminazione fino alla bonifica o messa in sicurezza permanente, finalizzati ad evitare la diffusione della contaminazione.

In tali casi devono essere predisposti piani di monitoraggio e controllo idonei a verificare l’efficacia delle soluzioni adottate.

A titolo puramente esemplificativo, interventi di MSO possono consistere in sistemi di estrazione di vapori dal sottosuolo, misure di sbarramento di tipo fisico, etc.

E’ un intervento atto ad isolare definitivamente le fonti inquinanti dalle matrici ambientali circostanti e a garantire un elevato e definitivo livello di sicurezza per persone e ambiente.

Deve includere piani di monitoraggio e controllo e limitazioni d’uso rispetto alle previsioni degli strumenti urbanistici.

L’isolamento si ottiene generalmente mediante barriere fisiche (es. isolamenti superficiali) e/o idrauliche (es. pozzi di emungimento e trincee drenanti).

Le ditte che effettuano le misure di prevenzione, di cui all’art. 239 del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i., ovvero le operazioni di messa in sicurezza d’emergenza prevista dalle procedure semplificate, di cui all’allegato IV della parte IV titolo V del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i., devono essere iscritte alla categoria 9 dell’Albo gestori ambientali.

Sono i limiti di accettabilità in un sito potenzialmente contaminato. CSC sta per Concentrazione Soglia di Contaminazione.

Essa rappresenta il livello di contaminazione nel suolo, sottosuolo e acque sotterranee al di sopra del quale è necessaria la caratterizzazione del sito e l’analisi di rischio sito specifica.

Le CSR (Concentrazioni Soglia di Rischio) rappresentano i livelli di contaminazione delle matrici ambientali da determinare caso per caso con l’analisi del rischio sito specifica.

Il loro superamento richiede la messa in sicurezza e la bonifica.

Le tecnologie di bonifica si distinguono:

In base al luogo di trattamento:

a) In situ: senza scavo e movimentazione del terreno;

b) Ex situ on site: il terreno scavato è trattato nell’area del sito stesso;

c) Ex situ off site: il terreno viene trasportato in un impianto esterno al sito e/o in discarica

In base alla matrice ambientale da trattare:

a) Suolo;

b) Acque sotterranee;

c) Acque superficiali;

d) Rifiuti (discariche abusive, aree di stoccaggio provvisorio, terreni di riporto).

In base ai principi di funzionamento:

a)Trattamenti chimico-fisici;

b) Trattamenti termici;

c) termodistruzione e desorbimento termico;

d) Trattamenti biologici

Il primo comma dell’art. 242 del D. Lgs. 152/2006 stabilisce che “al verificarsi di un evento che sia potenzialmente in grado di contaminare il sito, il responsabile dell’inquinamento deve mettere in opera entro ventiquattro ore le necessarie misure di prevenzione” e deve darne immediata comunicazione agli enti competenti ai sensi e secondo le modalità previste dall’art. 304, relativo all’obbligo di comunicazione, posto a carico del responsabile, nel caso di minaccia imminente di danno ambientale.

L’art. 5 del Dlgs 195/2005 prevede espressamente i casi in cui la P.A. può escludere il diritto di accesso del richiedente. A norma di tale articolo, l’accesso all’informazione ambientale viene negato quando:

* La richiesta è manifestamente irragionevole avuto riguardo alle finalità del decreto.
* La richiesta viene formulata in termini eccessivamente generici; in tal caso spetta all’autorità pubblica chiedere al cittadino, entro 30 giorni dalla data del ricevimento della richiesta, l’integrazione e la specificazione dei dati omessi. E’ comunque consigliabile formulare in modo esauriente la richiesta, senza offrire così il pretesto per eventuali pratiche ostruzionistiche da parte dell’autorità o per il rigetto della richiesta.
* La richiesta concerne materiali e documenti incompleti; in tal caso, l’autorità pubblica informa il richiedente circa l’autorità che prepara il materiale e la data approssimativa entro la quale il materiale sarà disponibile;
* L’informazione richiesta non è detenuta dall’autorità pubblica alla quale è rivolta la richiesta di accesso. In tal caso, però, l’autorità deve trasmettere rapidamente la richiesta all’ente competente informando il richiedente, oppure comunicandogli quale sia l’autorità pubblica dalla quale è possibile ottenere l’informazione richiesta.
* La divulgazione dell’informazione reca pregiudizio alla riservatezza delle deliberazioni interne delle autorità pubbliche, alle relazioni internazionali, all’ordine e sicurezza pubblica, alla difesa nazionale e allo svolgimento dei procedimenti giudiziari.

In questi casi, l’autorità pubblica ha l’obbligo di informare per iscritto il richiedente entro 30 giorni dal momento in cui è stata effettuata la richiesta, precisando ed evidenziando i motivi che stanno alla base del rifiuto.

Il D.Lgs. 19 agosto 2005, n. 195, in attuazione della direttiva comunitaria 2003/4/CE, disciplina l’accesso del pubblico all’informazione ambientale, introducendo importanti innovazioni in relazione alla condotta che la Pubblica Amministrazione deve tenere nel momento in cui gli vengono espressamente richieste dal cittadino informazioni in materia ambientale.

Secondo questo decreto l’informazione ambientale è di dominio pubblico e deve essere resa disponibile a chiunque ne faccia richiesta senza che questi sia tenuto a dichiarare il proprio interesse all’informazione.

In particolare l’autorità pubblica è obbligata a mettere a disposizione del richiedente, su semplice richiesta scritta, l’informazione ambientale quanto prima possibile e, comunque, nel termine perentorio di 30 giorni dalla data di ricevimento della richiesta.

Solo in caso eccezionale, quando cioè l’entità e la complessità della richiesta siano tali da non consentire all’autorità pubblica di soddisfarla nel termine suddetto, questa può procrastinare il termine fino a 60 giorni. In questo caso deve dare comunicazione della proroga sempre entro il trentesimo giorno indicandone le ragioni.

La Dichiarazione I.N.E.S. – Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti, attualmente prevista dal Decreto Legislativo 18.2.2005 n. 59, è relativa ai valori delle emissioni inquinanti nell’aria e nelle acque da parte degli impianti industriali IPPC.

La dichiarazione INES è obbligatoria per tutti i gestori di complessi IPPC nelle cui emissioni in aria e/o in acqua è presente almeno uno degli inquinanti presenti nelle Tabelle 1.6.2 o 1.6.3 di cui all’allegato 1 al D.M. 23/11/2001 in misura superiore al valore soglia corrispondente riportato nelle stesse tabelle.

E’ il provvedimento che autorizza l’esercizio di un impianto o di parte di esso a determinate condizioni che devono garantire che lo stesso sia conforme ai requisiti del decreto.

Essa sostituisce ad ogni effetto ogni altro visto, nulla osta, parere o autorizzazione in materia ambientale.

1. Attività energetiche

1.1. Impianti di combustione con potenza termica di combustione di oltre 50 MW.
1.2. Raffinerie di petrolio e di gas.
1.3. Cokerie.
1.4. Impianti di gassificazione e liquefazione del carbone.

2. Produzione e trasformazione dei metalli
2.1. Impianti di arrostimento o sinterizzazione di minerali metallici compresi i minerali solforati.
2.2. Impianti di produzione di ghisa o acciaio (fusione primaria o secondaria), compresa la relativa colata continua di capacità superiore a 2,5 tonnellate all’ora.
2.3. Impianti destinati alla trasformazione di metalli ferrosi mediante: a) laminazione a caldo con una capacità superiore a 20 tonnellate di acciaio grezzo all’ora; b) forgiatura con magli la cui energia di impatto supera 50 kJ per maglio e allorchè la potenza calorifica è superiore a 20 MW; c) applicazione di strati protettivi di metallo fuso con una capacità di trattamento superiore a 2 tonnellate di acciaio grezzo all’ora.
2.4. Fonderie di metalli ferrosi con una capacità di produzione superiore a 20 tonnellate al giorno.
2.5. Impianti: a) destinati a ricavare metalli grezzi non ferrosi da minerali, nonche’ concentrati o materie prime secondarie attraverso procedimenti metallurgici, chimici o elettrolitici; b) di fusione e lega di metalli non ferrosi, compresi i prodotti di recupero (affinazione, formatura in fonderia), con una capacità di fusione superiore a 4 tonnellate al giorno per il piombo e il cadmio o a 20 tonnellate al giorno per tutti gli altri metalli.
2.6. Impianti per il trattamento di superficie di metalli e materie plastiche mediante processi elettrolitici o chimici qualora le vasche destinate al trattamento utilizzate abbiano un volume superiore a 30 m3.

3. Industria dei prodotti minerali
3.1. Impianti destinati alla produzione di clinker (cemento) in forni rotativi la cui capacità di produzione supera 500 tonnellate al giorno oppure di calce viva in forni rotativi la cui capacità di produzione supera 50 tonnellate al giorno, o in altri tipi di forni aventi una capacità di produzione di oltre 50 tonnellate al giorno.
3.2. Impianti destinati alla produzione di amianto e alla fabbricazione di prodotti dell’amianto.
3.3. Impianti per la fabbricazione del vetro compresi quelli destinati alla produzione di fibre di vetro, con capacità di fusione di oltre 20 tonnellate al giorno.
3.4. Impianti per la fusione di sostanze minerali compresi quelli destinati alla produzione di fibre minerali, con una capacità di fusione di oltre 20 tonnellate al giorno.
3.5. Impianti per la fabbricazione di prodotti ceramici mediante cottura, in particolare tegole, mattoni, mattoni refrattari, piastrelle, gres, porcellane, con una capacità di produzione di oltre 75 tonnellate al giorno e/o con una capacità di forno superiore a 4 m3 e con una densità di colata per forno superiore a 300 kg/m3.

4. Industria chimica
4.1 Impianti chimici per la fabbricazione di prodotti chimici organici di base come: a) idrocarburi semplici (lineari o anulari, saturi o insaturi, alifatici o aromatici); b) idrocarburi ossigenati, segnatamente alcoli, aldeidi, chetoni, acidi carbossilici, esteri, acetati, eteri, perossidi, resine, epossidi; c) idrocarburi solforati; d) idrocarburi azotati, segnatamente ammine, amidi, composti nitrosi, nitrati o nitrici, nitrili, cianati, isocianati;e) idrocarburi fosforosi; f) idrocarburi alogenati; g) composti organometallici; h) materie plastiche di base (polimeri, fibre sintetiche, fibre a base di cellulosa); i) gomme sintetiche; j) sostanze coloranti e pigmenti; k) tensioattivi e agenti di superficie.
4.2. Impianti chimici per la fabbricazione di prodotti chimici inorganici di base, quali: a) gas, quali ammoniaca; cloro o cloruro di idrogeno, fluoro o fluoruro di idrogeno, ossidi di carbonio, composti di zolfo, ossidi di azoto, idrogeno, biossido di zolfo, bicloruro di carbonile; b) acidi, quali acido cromico, acido fluoridrico, acido fosforico, acido nitrico, acido cloridrico, acido solforico, oleum e acidi solforati; c) basi, quali idrossido d’ammonio, idrossido di potassio, idrossido di sodio; d) sali, quali cloruro d’ammonio, clorato di potassio, carbonato di potassio, carbonato di sodio, perborato, nitrato d’argento; e) metalloidi, ossidi metallici o altri composti inorganici, quali carburo di calcio, silicio, carburo di silicio.
4.3. Impianti chimici per la fabbricazione di fertilizzanti a base di fosforo, azoto o potassio (fertilizzanti semplici o composti).
4.4 Impianti chimici per la fabbricazione di prodotti di base fitosanitari e di biocidi.
4.5 Impianti che utilizzano un procedimento chimico o biologico per la fabbricazione di prodotti farmaceutici di base.
4.6. Impianti chimici per la fabbricazione di esplosivi.

5. Gestione dei rifiuti
5.1. Impianti per l’eliminazione o il ricupero di rifiuti pericolosi, della lista di cui all’art. 1, paragrafo 4, della direttiva 91/689/CEE quali definiti negli allegati II A e II B (operazioni R 1, R 5, R 6, R 8 e R 9) della direttiva 75/442/CEE e nella direttiva 75/439/CEE del Consiglio, del 16 giugno 1975, concernente l’eliminazione degli oli usati, con capacità di oltre 10 tonnellate al giorno.
5.2. Impianti di incenerimento dei rifiuti urbani quali definiti nella direttiva 89/369/CEE del Consiglio, dell’8 giugno 1989, concernente la prevenzione dell’inquinamento atmosferico provocato dai nuovi impianti di incenerimento dei rifiuti urbani, e nella direttiva 89/429/CEE del Consiglio, del 21 giugno 1989, concernente la riduzione dell’inquinamento atmosferico provocato dagli impianti di incenerimento dei rifiuti urbani, con una capacità superiore a 3 tonnellate all’ora.
5.3. Impianti per l’eliminazione dei rifiuti non pericolosi quali definiti nell’allegato 11 A della direttiva 75/442/CEE ai punti D 8, D 9 con capacità superiore a 50 tonnellate al giorno.
5.4. Discariche che ricevono più di 10 tonnellate al giorno o con una capacità totale di oltre 25.000 tonnellate, ad esclusione delle discariche per i rifiuti inerti.

6. Altre attività
6.1. Impianti industriali destinati alla fabbricazione:a) di pasta per carta a partire dal legno o da altre materie fibrose; b) di carta e cartoni con capacità di produzione superiore a 20 tonnellate al giorno; 6.2. Impianti per il pretrattamento (operazioni di lavaggio, imbianchimento, mercerizzazione) o la tintura di fibre o di tessili la cui capacità di trattamento supera le 10 tonnellate al giorno.
6.3. Impianti per la concia delle pelli qualora la capacità di trattamento superi le 12 tonnellate al giorno di prodotto finito.
6.4: a) Macelli aventi una capacità di produzione di carcasse di oltre 50 tonnellate al giorno; b) Trattamento e trasformazione destinati alla fabbricazione di prodotti alimentari a partire da: materie prime animali (diverse dal latte) con una capacità di produzione di prodotti finiti di oltre 75 tonnellate al giorno ovvero materie prime vegetali con una capacità di produzione di prodotti finiti di oltre 300 tonnellate al giorno (valore medio su base trimestrale); c) Trattamento e trasformazione del latte, con un quantitativo di latte ricevuto di oltre 200 tonnellate al giorno (valore medio su base annua).
6.5. Impianti per l’eliminazione o il recupero di carcasse e di residui di animali con una capacità di trattamento di oltre 10 tonnellate al giorno.
6.6. Impianti per l’allevamento intensivo di pollame o di suini con più di: a) 40.000 posti pollame; b) 2.000 posti suini da produzione (di oltre 30 kg), o c) 750 posti scrofe.
6.7. Impianti per il trattamento di superficie di materie, oggetti o prodotti utilizzando solventi organici, in particolare per apprettare, stampare, spalmare, sgrassare, impermeabilizzare, incollare, verniciare, pulire o impregnare, con una capacità di consumo di solvente superiore a 150 kg all’ora o a 200 tonnellate all’anno.
6.8. Impianti per la fabbricazione di carbonio (carbone duro) o grafite per uso elettrico mediante combustione o grafitizzazione.

L’Autorità competente rinnova ogni 5 anni le condizioni dell’autorizzazione integrata ambientale confermandole o aggiornandole.

Nel caso in cui un impianto risulti certificato secondo la norma UNI EN ISO 14001 il rinnovo è effettuato ogni 6 anni mentre se risulta registrato ai sensi del regolamento EMAS lo stesso viene effettuato ogni 8 anni.

Infine per gli impianti di produzione di energia elettrica di potenza superiore a 300 MW termici, il primo rinnovo dell’autorizzazione è effettuato dopo 7 anni dalla data di rilascio della stessa.

Il gestore sei mesi prima della scadenza dell’autorizzazione deve inviare all’autorità competente una domanda di rinnovo, corredata da una relazione contenente un aggiornamento delle informazioni presentate in fase di rilascio dell’AIA.

Il riesame viene sempre effettuato dall’autorità competente quando:

-l’inquinamento provocato dall’impianto è tale da rendere necessaria la revisione dei valori limite di emissione fissati nell’autorizzazione o l’inserimento in quest’ultima di nuovi valori limite;

-le migliori tecniche disponibili hanno subito modifiche sostanziali che consentono una notevole riduzione delle emissioni senza imporre costi eccessivi;

-la sicurezza di esercizio del processo o dell’attività richiede l’impiego di altre tecniche;

-intervengono nuove disposizioni legislative comunitarie o nazionali.

Verificare che il gestore:

-rispetti, nel suo impianto, le condizioni dell’autorizzazione integrata ambientale;

-esegua regolarmente i controlli a suo carico, con particolare riferimento alla regolarità delle misure e dei dispositivi di prevenzione dell’inquinamento nonchè al rispetto dei valori limite di emissione;

-informi regolarmente le autorità competente dei risultati della sorveglianza delle emissioni del proprio impianto e tempestivamente nel caso di inconvenienti o incidenti che incidano in modo significativo sull’ambiente.

Gli esiti delle ispezioni devono essere comunicati all’autorità competente e da questa messi a disposizione del pubblico.

L’Autorità competente può disporre ispezioni straordinarie sugli impianti autorizzati.

A seconda della gravità l’autorità provvede:

-alla diffida, assegnando un termine entro il quale devono essere eliminate le irregolarità;

-alla diffida e contestuale sospensione delle attività autorizzate per un tempo determinato, nel caso in cui si manifestino situazioni di pericolo per la salute o per l’ambiente;

-alla revoca dell’autorizzazione integrata ambientale e alla chiusura dell’impianto, in caso di mancato adeguamento alle prescrizioni imposte con la diffida e in caso di reiterate violazioni che determinano situazioni di pericolo e di danno per la salute o l’ambiente.

Sanzioni penali

Chiunque esercita un’ attività soggetta ad AIA senza essere in possesso dell’autorizzazione è punito con la pena dell’arresto fino ad un anno o con l’ammenda da 2.500 euro a 26.000 euro.

Si applica la sola pena dell’ammenda da 5.000 euro a 26.000 euro nei confronti di colui che pur essendo in possesso dell’autorizzazione integrata ambientale non ne osserva le prescrizioni (oltre a diffida, sospensione e revoca dell’autorizzazione).

Per la prosecuzione dell’attività dopo l’ordine di chiusura si applica la pena dell’arresto da 6 mesi a 2 anni o ammenda da 5000 a 52000 euro.

Sanzioni amministrative

Sono previste sanzioni amministrative pecuniarie da 2500 a 52000 euro quando:

-non trasmette all’autorità competente la comunicazione prevista dalla legge prima di dare attuazione a quanto previsto dall’autorizzazione;

-non comunica i dati relativi alle misurazioni delle emissioni;

-non presenta, nel termine stabilito dall’autorità competente, la documentazione integrativa richiesta dalle autorità competenti.

Precisiamo anzitutto che per acque reflue domestiche, la normativa (D.Lgs. 152/06, art. 74 comma 1) intende le acque provenienti da insediamenti di tipo residenziale e da servizi e derivanti prevalentemente da metabolismo umano e da attività domestiche.

Il legislatore ha introdotto una semplificazione per ciò che riguarda la possibilità di sversare gli scarichi di acque domestiche in una rete di fognatura pubblica. Infatti gli scarichi di acque reflue domestiche che recapitano in reti fognarie sono sempre ammessi purchè osservino i regolamenti emanati dal gestore del servizio idrico integrato ed approvati dall’ATO competente.

Bisogna, in ogni caso, prestare attenzione al fatto che un necessario requisito ai fini dell’assimilazione sia rappresentato dalla normativa regionale. Alle Regioni è attribuito un potere discrezionale distabilire quali siano gli scarichi che, con caratteristiche qualitativamente equivalenti a quelle domestiche, possono essere assimilati.

L’ art. 74, novellato dal T.U.A., ha infatti previsto al comma 7, lettera e), che, ai fini della disciplina degli scarichi e delle autorizzazioni, sono assimilate alle acque reflue domestiche le acque reflue aventi caratteristiche qualitative equivalenti a quelle domestiche e indicate dalla normativa regionale. Sono quindi assimilate alle acque reflue domestiche quelle acque reflue che presentano le medesime caratteristiche di qualità, pur provenendo da edifici non residenziali ossia scaricate da edifici od impianti in cui si svolgono attività produttive, sia artigianali che industriali o commerciali purchè, predetti reflui, siano stati preventivamente indicati dalla normativa regionale. (A. Quaranta, 2008)

Molte regioni d’Italia (Toscana, Lombardia, Emilia Romagna, etc…) hanno disciplinato che le acque reflue derivanti esclusivamente dal metabolismo umano e dall’attività domestica ovvero da servizi igienici, cucine e/o mense anche se scaricate da edifici o installazioni in cui si svolgano attività commerciali o di produzione di beni, sono acque reflue domestiche.

Sulla base di tutte queste considerazioni il titolare dello scarico, o il consulente incaricato, dovrà valutare quindi come si origina lo scarico; se in esso si ritrovino sostanze estranee rispetto alla normale composizione di un refluo domestico (derivante dal metabolismo umano o altre attività domestiche); se il refluo sia assimilato alle acque domestiche ai sensi della normativa nazionale e regionale.

Le acque, invece, che hanno caratteristiche diverse da quelle derivanti da attività domestiche o da metabolismo umano, sono “acque reflue industriali”. In tal caso è necessario richiedere l’autorizzazione allo scarico alle Autorità Competenti.

La tariffa di fognatura è dovuta solo se c’è allacciamento
Il presupposto per l’applicazione della tariffa per il servizio di fognatura e depurazione delle acque reflue è sempre l’allacciamento alla fognatura pubblica, pertanto quando questo allacciamento manca o non è obbligatorio per legge la tariffa non può essere applicata.

Ai sensi dell’art. 14 della legge n. 36/1994, nessun canone di depurazione e fognatura può dunque essere autonomamente richiesto dal gestore del servizio idrico integrato in assenza dell’allaccio alla pubblica fognatura.

Il canone di depurazione è dovuto anche se non c’è il depuratore comunale
E’ invece da corrispondere il canone di depurazione insieme con quello di fognatura anche quando l’utente sia allacciato alla pubblica fognatura ma il servizio di depurazione non sia effettivamente fornito, ovvero quando la fognatura sia sprovvista di idonei impianti di depurazione o quando essi siano temporaneamente fuori esercizio. (Questa disposizione è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 355 del 10/10/08. Leggi gli aggiornamenti ).

Il Ministero delle finanze e l’Agenzia delle Entrate
La Circolare del Ministero delle Finanze n. 177/E del 05.10.2000, confermando tale tesi, ha precisato appunto che l’allaccio alla pubblica fognatura costituisce il presupposto impositivo generale, la cui sussistenza deve essere verificata per entrambe le componenti del canone, costituite dalla quota relativa al servizio di fognatura e da quella relativa al servizio di depurazione. La stessa conferma perviene dalla Risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 122/E del 09.07.2002.

E’ possibile richiedere il rimborso quando la tariffa non è dovuta?
Le imprese che non risultino allacciate alla fogna e che non siano obbligate per legge ad esserlo ma che corrispondono la tariffa di fognatura e depurazione, possono richiedere l’esenzione dal pagamento della tariffa.

Un nostro cliente ha sia ottenuto l’esenzione dal pagamento della tariffa sia il rimborso dei pagamenti effettuati nei 5 anni precedenti

Un’impresa produttiva italiana, nostro cliente, genera scarichi idrici industriali recapitanti in un corso d’acqua superficiale. L’azienda non è mai stata allacciata alla pubblica fognatura che oltretutto risultava anche assente nella zona dove insiste lo stabilimento. Nonostante ciò corrispondeva da diversi anni la tariffa di fognatura e depurazione all’ente gestore del servizio idrico integrato.

Consci dell’illegittimità della richiesta i pagamento, abbiamo chiesto al servizio tecnico dell’ente gestore di effettuare un sopralluogo presso il sito produttivo dell’azienda, al fine di constatare l’assenza della rete di pubblica fognatura e l’infattibilità tecnica di un collegamento al punto più vicino.

Dopo la verifica e conferma dei riscontri tecnici (già precedentemnte appurati di nostra iniziativa), abbiamo richiesto e ottenuto l’esenzione dal pagamento della tariffa di fognatura e depurazione ed il rimborso delle somme corrisposte negli anni precedenti recuperando centinaia di euro e risparmiandone per il futuro.

Per scarico si intende qualsiasi immissione di acque reflue superficiali, sul suolo, sul sottosuolo e in rete fognaria indipendentemente dalla loro natura inquinante anche sottoposte a preventivo trattamento di depurazione.

Questo significa che scarico è qualsiasi tipo di acqua reflua, anche depurata, proveniente da abitazioni ad uso civile, da edifici ad uso commerciale e da stabilimenti industriali, convogliata attraverso una condotta, una tubazione o comunque un sistema che consente il passaggio o il deflusso delle acque in un corpo recettore.

Tutti gli scarichi industriali devono essere preventivamente autorizzati dall’autorità competente.

L’autorizzazione è rilasciata al titolare dell’attività da cui origina lo scarico.

Gli scarichi di acque reflue domestiche che recapitano in reti fognarie sono invece sempre ammessi purchè osservino i regolamenti emanati dal gestore del servizio idrico integrato ed approvati dall’ATO competente.

Tutti gli scarichi devono rispettare i valori limite previsti dall’allegato 5 della parte terza del D.Lgs. 152/2006 e s.m.i.. A tal fine, ove necessario, l’acqua reflua deve essere opportunamente depurata prima dell’immissione nel corpo recettore.

I valori limite di emissione non possono in alcun caso essere conseguiti mediante diluizione con acque prelevate esclusivamente allo scopo. Non è comunque consentito diluire con acque di raffreddamento o di lavaggio.

Le acque reflue si suddividono in:

1. domestiche: acque reflue provenienti da insediamenti di tipo residenziale e da servizi e derivanti prevalentemente dal metabolismo umano e da attività domestiche;

2. industriali: qualsiasi tipo di acque reflue provenienti da edifici od installazioni in cui si svolgono attività commerciali o di produzione di beni, differenti qualitativamente dalle acque reflue domestiche e da quelle meteoriche di dilavamento, ovvero quelle venute in contatto con sostanze o materiali anche inquinanti, non connessi con le attività esercitate nello stabilimento;

3. urbane: miscuglio di acque reflue domestiche, industriali e/o meteoriche di dilavamento convogliate in reti fognarie, anche separate e provenienti da agglomerato.

Le acque reflue meteoriche sono invece acque derivanti da precipitazioni atmosferiche che si dividono in due categorie:

a) acque meteoriche dilavanti non contaminate (derivano dalle superfici impermeabili non adibite allo svolgimento di attività produttive);

b) acque meteoriche dilavanti contaminate (derivano dalle attività che comportano oggettivo rischio di trascinamento, nelle acque meteoriche, di sostanze pericolose o di sostanze in grado di determinare effettivi pregiudizi ambientali ivi incluse le acque meteoriche di prima pioggia).

Tutte le acque meteoriche dilavanti che non vengono a contatto con sostanze contaminanti possono essere scaricate senza autorizzazione, ma, ai sensi del D. Lvo. 152/06, è vietato far confluire queste acque nelle acque reflue industriali (Divieto generale di diluizione, art. 101, c. 5 e Divieto specifico di diluizione, art. 108, c. 5). Non così per le acque meteoriche contaminate che devono invece essere autorizzate.

Il recapito sul suolo è generalmente vietato ed è consentito, come eccezione, nei seguenti casi:

a) Per insediamenti, installazioni o edifici isolati che producono acque reflue domestiche;

b) per gli scaricatori di piena a servizio delle reti fognarie;

c) per gli scarichi di acque reflue urbane e industriali per i quali sia accertata l’impossibilità tecnica o l’eccessiva onerosità, a fronte dei benefici ambientali conseguibili, a recapitare in corpi idrici superficiali, purchè gli stessi siano conformi ai criteri ed ai valori-limite di emissione fissati dalle regioni. Sino all’emanazione di nuove norme regionali si applicano i valori limite di emissione della Tabella 4 dell’Allegato 5 alla parte terza del TUA;

d) per gli scarichi di acque provenienti dalla lavorazione di rocce naturali nonchè dagli impianti di lavaggio delle sostanze minerali, purchè i relativi fanghi siano costituiti esclusivamente da acqua e inerti naturali e non comportino danneggiamento delle falde acquifere o instabilità dei suoli;

e) per gli scarichi di acque meteoriche convogliate in reti fognarie separate;

f) per le acque derivanti dallo sfioro dei serbatoi idrici, dalle operazioni di manutenzione delle reti idropotabili e dalla manutenzione dei pozzi di acquedotto.

Gli scarichi diretti nelle acque sotterranee e nel sottosuolo derivanti da qualsiasi attività civile o industriale sono categoricamente vietati (divieto generale stabilito dall’art. 104 del D.Lgs. 152/06 e s.m.i.), salvo possibilità di autorizzazione in deroga per:

a) gli scarichi nella stessa falda delle acque utilizzate per scopi geotermici, delle acque di infiltrazione di miniere o cave o delle acque pompate nel corso di determinati lavori di ingegneria civile;

b) lo scarico di acque risultanti dall’estrazione di idrocarburi nelle unità geologiche profonde da cui gli stessi idrocarburi sono stati estratti, oppure in unità dotate delle stesse caratteristiche

c) gli scarichi nella stessa falda delle acque utilizzate per il lavaggio e la lavorazione degli inerti

E’ possibile previa richiesta di autorizzazione all’autorità competente.

Gli scarichi di acque reflue industriali in acque superficiali devono rispettare i valori-limite di emissione fissati dalle regioni o dallìallegato 5 del D.Lgs. 152/06 e s.m.i., in funzione del perseguimento degli obiettivi di qualità. Al fine di rispettare tali limiti le acque reflue industriali derivanti da attività produttive necessitano di adeguato trattamento di depurazione prima dello scarico.

Gli scarichi di acque reflue industriali che recapitano in reti fognarie sono sottoposti alle norme tecniche, alle prescrizioni regolamentari e ai valori-limite adottati dall’Autorità d’ambito competente (ATO) in base alle caratteristiche dell’impianto, e in modo che sia assicurata la tutela del corpo idrico ricettore nonchè il rispetto della disciplina degli scarichi di acque reflue urbane.

Tali scarichi devono rispettare i valori-limite di emissione fissati dalla normativa nazionale D.Lgs. 152/06 o dalle regioni (qualora più restrittivi) e a tal fine devono essere adeguatamente trattati e depurati prima di poter essere immessi nel corpo ricettore (fognatura).

L’autorizzazione è valida per quattro anni dal momento del rilascio, salvo decreto A.I.A. (validità 5 anni). Un anno prima della scadenza ne deve essere richiesto il rinnovo.

In caso di modifiche relative alla quantità o alla tipologia degli scarichi è necessario richiedere una nuova autorizzazione.

No. Anche qualora l’ Autorità fosse inadempiente nei termini dettati dalla legge, l’autorizzazione non può intendersi concessa nemmeno temporaneamente.

A seconda della gravità l’autorità provvede:

-alla diffida, assegnando un termine entro il quale devono essere eliminate le irregolarità;

-alla diffida e contestuale sospensione delle attività autorizzata per un tempo determinato, nel caso in cui si manifestino situazioni di pericolo per la salute o per l’ambiente;

-alla revoca dell’autorizzazione e alla chiusura dell’impianto, in caso di mancato adeguamento alle prescrizioni imposte con la diffida e in caso di reiterate violazioni che determinano situazioni di pericolo e di danno per la salute o l’ambiente.

1.Sanzioni Amministrative

Chiunque nell’effettuazione di uno scarico superi i valori limite di emissione fissati nelle tabelle di cui all’allegato 5 del D.Lgs. 152/06 o dalle Regioni, è punito con la sanzione amministrativa da 3.000 a 30.000 euro.

Chiunque effettui o mantenga uno scarico senza osservare le prescrizioni indicate nel provvedimento di autorizzazione, è punito con la sanzione amministrativa da 1.500 a 15.000 euro.

2.Sanzioni Penali

Chiunque apra o comunque effettui nuovi scarichi di acque reflue industriali, senza autorizzazione, oppure continui ad effettuare o mantenere detti scarichi dopo che l’autorizzazione sia stata sospesa o revocata, è punito con l’arresto da 2 mesi a 2 anni o con l’ammenda da 1.500 euro a 10.000 euro.

Quando le condotte descritte in precedenza riguardano gli scarichi di acque reflue industriali contenenti le sostanze pericolose comprese nelle famiglie e nei gruppi di sostanze indicate nelle tabelle 5 e 3/A dell’Allegato 5 alla parte terza del D.Lgs. 152/06, la pena è dell’arresto da tre mesi a tre anni.

Chiunque, nell’effettuazione di uno scarico di acque reflue industriali, superi i valori limite fissati nella tabella 3 o, nel caso di scarico sul suolo, nella tabella 4 dell’Allegato 5 alla parte terza del D.Lgs. 152/06, oppure superi i limiti più restrittivi fissati dalle regioni o dalle province autonome o dall’Autorità competente, in relazione alle sostanze indicate nella tabella 5 dell’Allegato 5 alla parte terza del D.Lgs. 152/06, è punito con l’arresto fino a 2 anni e con l’ammenda da 3.000 euro a 30.000 euro.

Se sono superati anche i valori limite fissati per le sostanze contenute nella tabella 3/A del medesimo Allegato 5, si applica l’arresto da 6 mesi a 3 anni e l’ammenda da 6.000 euro a 120.000 euro.

La violazione amministrativa riscontrata attraverso l’attività di accertamento può essere immediatamente contestata al trasgressore e alla persona obbligata in solido, attraverso la consegna diretta di una copia del verbale.

Nel caso in cui invece non ci sia la contestazione immediata, gli estremi della violazione devono essere notificati agli interessati nel termine di 90 giorni (nel caso in cui siano residenti in Italia) dall’avvenuto accertamento.

Se la notifica avviene oltre i 90 giorni (termine perentorio per legge), la procedura deve essere archiviata e il debito sanzionatorio si estingue.

Si tenga presente che l’impossibilità da parte dell’organo accertatore di procedere a contestazione immediata deve essere adeguatamente motivata.

Secondo l’orientamento della giurisprudenza tale motivazione può anche essere implicita ma deve essere desumibile, in modo specifico ed univoco, dalle modalità del fatto contestato.

Se la contestazione immediata fosse, in concreto, possibile in relazione alle circostanze del caso, e non venisse effettuata, sarebbe possibile provvedere all’annullamento del verbale di accertamento della violazione così contestata.

In tal senso si è anche espressa la Cassazione nella sentenza Cass. Civ., sez. III, 18 Giugno 1999, n. 6123, Pref. di Terni-Galli.

E’ un atto redatto e sottoscritto dall’agente accertatore, finalizzato a rendere noto ad un determinato soggetto (il trasgressore) la specifica violazione amministrativa ambientale commessa.

Tale atto è indirizzato esclusivamente al trasgressore, alla persona obbligata in solido e contiene l’indicazione degli estremi di violazione.

Per quanto la contestazione non rappresenti il vero e proprio provvedimento irrogativo della sanzione, essa assolve un ruolo fondamentale nell’ambito del procedimento sanzionatorio in quanto è funzionale all’esercizio del diritto alla difesa.

Il verbale di contestazione non costituisce un provvedimento decisorio dell’Autorità Competente in relazione alla violazione riscontrata.

Esso è piuttosto un atto che viene adottato nella fase istruttoria del procedimento sanzionatorio ed è il primo atto di un procedimento che deve poi concludersi, o con un provvedimento irrogativo della sanzione (ordinanza-ingiunzione), oppure con un provvedimento di archiviazione degli atti.

L’interessato, per evitare che il procedimento sanzionatorio prosegua, può effettuare entro 60 giorni dalla notifica (o dalla contestazione immediata) il pagamento in misura ridotta (pari ad un terzo del massimo) della sanzione relativa all’infrazione commessa o presunta tale.

In ogni caso l’interessato che riceve la contestazione può far pervenire all’Organo Competente ad irrogare la sanzione (in genere la Provincia) SCRITTI DIFENSIVI e PUO’ CHIEDERE DI ESSERE SENTITO, entro 30 giorni dalla contestazione o dalla notifica del verbale.

Si. L’Autorità Competente è tenuta ad esaminare i documenti e gli scritti difensivi , procedendo all’audizione degli interessati, ove richiesto.

A questo punto si aprono due possibilità:

Se l’accertamento è fondato, l’Autorità emette ordinanza motivata della sanzione ed ingiunzione del pagamento
Se l’accertamento è infondato, viene emessa ordinanza motivata di archiviazione del procedimento.