Il canone di depurazione delle acque reflue si inserisce in un regolare sinallagma contrattuale

17  Novembre 2008
gentile contributo dell’Avv. Alfredo Cretella

canone-depurazioneLa normativa in tema di acque reflue ha visto l’avvicendarsi di diverse disposizioni negli anni, sia di matrice comunitaria che nazionale, che hanno creato non pochi problemi interpretativi sotto diversi aspetti. In sede comunitaria si registra la direttiva 91/271/CEE concernente il trattamento delle acque reflue urbane, direttiva dettata nell’ambito di un rafforzamento della tutela ambientale, prescrivendo all’uopo specifiche disposizioni (anche in ordine ai diversi soggetti passivi interessati) e contestualmente prevedendo una serie di termini di attuazione per permettere agli Stati membri l’adeguamento a quanto predisposto in sede comunitaria.

Proprio in tema di acque reflue vi è stata altresì una condanna dello Stato italiano, per mancata osservanza della direttiva richiamata, con sentenza della Corte di Giustizia del 25 aprile 2002.

In un recente passato, il profilo, che spesso è stato posto all’attenzione dei giudici non solo della Suprema Corte ma anche di quelli delle Commissioni Tributarie (anteriormente alla riforma legislativa) ha riguardato quello del termine di prescrizione, ossia se il tributo soggiacesse alla prescrizione triennale di cui all’art. 290 del T.U.F.L. (Testo Unico per la finanza locale) ovvero a quello quinquennale di cui all’art. 2948 n. 4 c.c. e quale fosse il dies a quo del suddetto termine. La confusione normativa ha indotto altresì il Ministero delle Finanze ad intervenire attraverso l’emissione di alcune circolari interpretative nn. 263/E 29.10.1996 e 177/ E del 5.10.2000, che peraltro non hanno raggiunto il risultato chiarificatore sperato, atteso che ognuna di esse individua un termine di prescrizione diverso: la prima triennale, la seconda quinquennale. A ciò si aggiunga che all’interno di una stessa giurisdizione e persino di una stessa sezione si sono avute sentenze difformi proprio in riferimento al termine prescrizionale.

In realtà, ciò che ha maggiormente creato disappunto nei cittadini è stata la norma di cui all’art. 14 comma 1 della legge 10 maggio 1994 n. 36 recante “Norme per la tutela delle acque dall’inquinamento” che ha trasformato la natura del canone di depurazione da tributaria in tariffaria, disponendo che la corresponsione del canone di depurazione era dovuta indipendentemente dalla sussistenza degli impianti, in quanto in mancanza del servizio, le somme versate dai contribuenti confluivano in un fondo vincolato per la realizzazione degli stessi depuratori. Senza voler qui riportare l’ampio excursus della normativa di settore operato dai giudici della Consulta, ponendo a confronto anche ipotesi normative diverse previste in altri settori, la Corte ha rilevato in primo luogo la natura di corrispettivo della tariffa in quanto volta- così come previsto dalla norma di cui all’art. 13 comma 2 L.n. 36/94- a coprire i costi di investimento e di esercizio.

La stessa Corte di Cassazione a Sezioni Unite (ex multis Cass.sez.un., n. 6418/2005) ha confermato tale interpretazione, riconoscendo la giurisdizione del giudice ordinario in quanto la legge n. 36/94 e succ. mod., ha trasformato il canone di depurazione da tributo a corrispettivo di diritto privato ( si tenga presente che tale interpretazione è anteriore all’entrata in vigore della legge del 2.12.2005 n. 248 che ha attribuito alla giurisdizione tributaria le controversie in materia di scarico e depurazione delle acque reflue a prescindere dalla natura della debenza, e cioè se essa sia configurabile quale tributo ovvero corrispettivo). Così definita la natura del canone e cioè,quale corrispettivo di una prestazione, la sua fonte non si aggancia ad un atto autoritativo bensì al contratto di utenza.

Si è quindi di fronte ad un regolare sinallagma contrattuale ove a fronte di una prestazione è lecito attendersi una controprestazione, e nel caso di specie la controprestazione consiste proprio nell’attuazione concreta dei depuratori e della loro corretta gestione, nella fruizione da parte degli utenti del servizio di depurazione. Diversamente opinando si sarebbe in presenza di una prestazione sine die da parte degli utenti, i quali sarebbero parte contrattuale solo formalmente, poichè nella sostanza, anche a fronte di un inadempimento dell’altra parte, non avrebbero alcun rimedio giuridico a tutela della loro posizione. Alla luce delle considerazioni svolte la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 14 comma 1 della legge n. 36/94 sia nel testo originario sia nel testo modificato dall’art. 28 della legge n. 179 del 2002. La Corte dichiara altresì, ai sensi dell’art. 27 della legge 11.03.1953 n. 87, l’illegittimità costituzionale dell’art. 155 comma 1 primo periodo del D.lgs. n. 152 del 3.04.2006 (Norme in tema ambientale) nella parte in cui prevede che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione è dovuta dagli utenti anche nel caso in cui manchino impianti di depurazione o questi siano temporaneamente inattivià.

Si spera a questo punto, che la dichiarata illegittimità delle norme citate, funga da deterrente alla cronica negligenza mostrata in questo settore, poichè diversamente potrebbero profilarsi diverse azioni giudiziarie intentate da parte dei contribuenti con notevole danno per le amministrazioni interessate. Ciò senza considerare gli indubbi profili di interesse che si aprono sul fronte del diritto alla ripetizione delle somme, versate dai cittadini-contribuenti a tale titolo e che sulla scorta della decisione adottata dalla Consulta devono qualificarsi come indebito.